Corriere della Sera, 26 ottobre 2026
Intervista a Charlotte Casiraghi
Charlotte Casiraghi, che cos’è «La crepa»?
«È quella fragilità, vulnerabilità, che intacca l’idea troppo liscia che gli altri possono avere di noi».
All’inizio del libro dice di essere stata ridotta a un’immagine di carta patinata, a una vita da sogno e di privilegi, e di avere avuto voglia di urlare: «Non sono quella che credete». Per questo motivo ha scritto il libro?
«Sì, anche se non mi lamento, sarebbe osceno farlo. Ma da quando andavo al liceo mi interesso alla filosofia e alla letteratura, e ho pensato che sarebbe stato interessante parlare di me non in modo esplicito, ma attraverso gli autori che amo e che ho amato».
Perché non ama parlare di sé in modo esplicito?
«Perché è una tentazione troppo diffusa, la confessione, alla quale poi si resta attaccati per sempre. Si rischia di restare prigionieri di questa identità definita dal dolore. Mi piacciono di più le persone che cercano di metterci un po’ di creatività, che parlano di sé ma attraverso personaggi, storie, un modo di parlare o di fare umorismo, insomma non si lasciano inghiottire dal permanente ritornello della lamentela».
Come molti adolescenti, ma non tutti, lei si è sentita diversa dagli altri, e non solo perché sua nonna era Grace Kelly, o perché è cresciuta nella famiglia regnante del Principato di Monaco (sua madre è Carolina di Monaco, suo padre Stefano Casiraghi è morto in un incidente di motonautica quando lei aveva quattro anni).
«Quando rivedo le mie foto a 11 anni, vedo che avevo un’aria seria, preoccupata, triste. Se stavo troppo male scrivevo lettere a mio padre che non c’era più, e il mio diario era diventato il mio rifugio».
La sua amica invece era allegra e brillante, aveva successo con i ragazzi e le insegnanti, e le disse: «C’hai stufato con le tue poesie». Ha superato quei momenti grazie alla letteratura, ai suoi eroi Baudelaire, Fitzgerald, Colette, Duras, Achmatova e tanti altri di cui parla nel libro?
«La letteratura permette di sentirsi meno soli, questo è sicuro. Per me sono state come voci alle quali mi sono affidata, e che mi hanno permesso di oltrepassare la vergogna. Vergogna forse è una parola troppo forte... Insomma, l’imbarazzo di non essere come gli altri, di trovare difficili certe cose della vita quotidiana che per altri sono banali. Ed è rassicurante vedere che non si è unici nell’universo, che tanti altri hanno sperimentato la fragilità».
Come Cesare Pavese, al quale lei dedica molte pagine.
«Un ragazzo non troppo dotato per lo sport, che non rientrava nei canoni di virilità dell’epoca, e che faticava a trovare il suo posto nel mondo, perché non corrispondeva a ciò che ci si attendeva da lui. Una certa sensibilità può suscitare il rifiuto degli altri, o come minimo fa sentire ai margini».
Lui con la sua crepa non è riuscito a convivere, si è dato la morte.
«È forse un po’ paradossale citare Pavese in un libro che evoca la letteratura come un rifugio, ma credo che noi possiamo trovare comunque conforto in un libro come Il mestiere di vivere. E poi non mi piace l’obbligo della resilienza».
Che cos’ha contro la resilienza?
«Contro la resilienza niente, non c’è niente di male a trarre energia dagli ostacoli per superarli. Ma non mi piace il suo abuso, il fatto che se ne parli di continuo, e che sia diventata una forma di ingiunzione, che squalifica di fatto tutti quelli che non riescono a essere resilienti. C’è l’obbligo opprimente di riuscire, sempre e comunque. Invece si può dire con lucidità e serenità che certi traumi, certe violenze per esempio, non si superano».
Pensa che la società stia tornando a essere normativa, che stia vivendo una specie di riflusso conservatore? Che sia già tramontata l’epoca del «va bene come sei»?
«Difficile parlare in generale della società. Ma mi sembra che venga di nuovo valorizzata enormemente l’immagine, che è il modo più veloce per catturare lo sguardo degli altri. Bisogna essere sempre più rapidi e performanti, e quindi tornano gli stereotipi, che sono pratici per chi va di fretta. Non c’è tempo per l’ambivalenza, le sfumature, l’esitazione, la differenza».
Secondo lei, i liceali che in Francia e non solo si stanno ribellando, lo fanno anche per questo?
«Sì, sentono addosso una pressione che è sempre più forte. L’adolescenza dovrebbe essere una fase in cui la persona si costruisce, va alla scoperta di sé e del mondo. L’adolescenza è una metamorfosi, talvolta dolorosa. Ma pretendiamo che a 14 anni i ragazzini sappiano già che adulti vorranno essere, a quale università devono puntare, a quale mestiere sono destinati. E questo con l’idea che o avranno successo, e potranno quindi vantarsene sui social media, oppure scompariranno e le loro vite saranno inesistenti. Troppa pressione».
Nel libro parla della sua passione per l’equitazione. Tutta questione di superare gli ostacoli, a proposito di resilienza. Ma quando il cavallo dice no, è no.
«Anche lì, non sono mai stata ossessionata dalla performance. Gli ostacoli che mi piace superare di più sono certe paure, certe resistenze nella relazione tra me e l’animale, che è la vera cosa interessante. Quel che ho cercato nell’equitazione, più che l’ansia di arrivare prima, era riuscire a costruire un rapporto di fiducia, e fare qualcosa insieme al mio cavallo. I cavalli possono impaurirsi molto facilmente, rassicurarli ed entrare in sintonia è la parte migliore dell’equitazione».
Lei ha usato la filosofia e la letteratura per aiutare le ragazze affette da anoressia ricoverate in un reparto di neuropsichiatria, un lunedì al mese. E nel primo incontro ha scelto di parlare loro di Maya Angelou, la scrittrice e poetessa americana. Come mai?
«Ho pensato alla piccola Maya, che per cinque anni si è rifiutata di parlare. Un bambino che non parla, o non mangia, esprime un dolore per il quale non riesce a trovare le parole. È una rivolta resa visibile dal corpo, in modo estremo. E Maya Angelou è interessante perché la sua poesia poi è stata molto fisica, sensuale, corporea, con immagini molto forti. Un modo per ristabilire un legame tra pensiero, corpo, emozioni».
Perché ammira così tanto il navigatore solitario Bernard Moitessier?
«Perché ha scritto un libro bellissimo, La lunga rotta. Mio fratello Pierre, appassionato di mare, vela e regate come tutti in famiglia, mi ha detto che dovevo assolutamente leggerlo, e aveva ragione. Scrivere il diario di bordo per Moitessier era importante tanto quanto la traversata in sé, e si vede perché quel libro ha un grande valore letterario. E poi mi interessava capire che cosa, quale tipo di crepa, di fragilità, può spingere una persona ad affrontare da sola le tempeste dell’oceano».
Nel 1969 Moitessier è protagonista di una grande rinuncia.
«Ha quasi completato il giro del mondo, sa che ad aspettarlo e festeggiarlo in porto ci sono tutti, i familiari, i giornalisti. Ma all’ultimo momento si ferma, rinuncia al record. Non vuole chiudere il cerchio, perché senza la linea di fuga, senza la crepa, non sarebbe più lo stesso».