Corriere della Sera, 26 ottobre 2026
Netanyahu evoca un altro Olocausto
«Sì». Lo dice con un sorriso largo, sicuro, quando a comizio finito gli chiediamo se batterà Benjamin Netanyahu. Da un’ora Gadi Eisenkot ha stampata in volto la stessa espressione, quella di chi guarda la sua gente nell’ultima sera di campagna elettorale e forse non si è ancora abituato a essere lui l’uomo in testa ai sondaggi.
L’Hangar 11 è un capannone sul mare, al porto di Tel Aviv, che di solito ospita raduni politici ma anche feste di nozze. Per il comizio di chiusura è tutto nero, tagliato da fasci di luce blu che sanno di discoteca anni Ottanta. Ma è il blu di Yashar, il partito di centro che Eisenkot ha fondato appena un anno fa, lo stesso delle magliette e dei cappellini in sala.
Tutto comincia con un ragazzo che ride, gigantesco sullo schermo. È Gal, il figlio del leader, ucciso a Gaza nel dicembre 2023. L’ex capo dell’esercito ha sepolto il più piccolo dei suoi cinque ragazzi. In un Paese dove quasi ogni famiglia ha qualcuno al fronte, quel dolore lo rende uno di loro, e lo mette a confronto con un premier il cui figlio Yair la guerra l’ha passata in Florida. Prima di lui al microfono si alternano altre voci. Chi ha perso qualcuno per i missili iraniani, chi è sopravvissuto al 7 ottobre, chi viene dal Nord svuotato dalla guerra con Hezbollah e confessa «prima votavo Likud, adesso voto Yashar». Un vecchio compagno d’armi lo presenta come «un uomo di cui ti puoi fidare».
Nessuno qui lo considera un grande oratore, niente a che vedere con Bibi, ma non si fa che ripetere «è una persona vera». Quando tocca a lui, parte da lontano: «Se avessi raccontato a un bambino nato a Tiberiade e cresciuto a Eilat che un giorno sarebbe stato candidato premier, si sarebbe sentito imbarazzato. Ma non del tutto sorpreso».
Poi il tono si fa duro. Il governo, accusa, «ha mandato i combattenti in battaglia con una mano, e con l’altra ha legittimato la renitenza di massa alla leva durante una guerra. Ha fallito nel disarmare Hamas, ma è riuscito a distruggere la verità». Promette una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre «il primo giorno» e giura: «Entro diciotto mesi Hamas non governerà più Gaza». Avverte: «Netanyahu vuole un pareggio. Solo così può restare. Lo conosco bene, non si fermerà davanti a nulla. Martedì deve andare a casa». Per farcela, Yashar deve prendere «nettamente più voti del Likud».
Poi parla agli elettori del Likud delle periferie: «So quanto è difficile scegliere diversamente. Ma questa volta non siete voi a cambiare strada. È il Likud che l’ha persa».
Mancano un giorno al voto, e la partita si gioca fino all’ultimo post. Poche ore prima del comizio, Netanyahu ha calato la sua carta di sempre, la paura. Sui social ha pubblicato l’immagine di un fungo atomico (iraniano) che si alza dal centro di Israele. Il testo che la accompagna avverte che con un premier incapace di «finire il lavoro» il Paese rischia un «secondo Olocausto». Intanto Channel 12, la rete televisiva più seguita, racconta di uno scontro fra Bibi e il capo di stato maggiore Eyal Zamir per un’azione contro l’Iran alla vigilia del voto. Netanyahu smentisce. E mentre gli israeliani andranno alle urne, la Cisgiordania resterà sigillata: domani l’esercito chiuderà tutti i valichi, nel pieno di una vasta operazione militare scattata dopo l’uccisione di due soldati alle porte di Hebron.