Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 26 Lunedì calendario

«Violenze, non è ancora finita». Il piano sicurezza per le nuove piazze

Un principio base dell’ordine pubblico recita che «non è mai finita, anche quando sembra finita». Ed è quello che ieri Matteo Piantedosi ha fatto suo, confrontandosi con i suoi più stretti collaboratori all’indomani del successo del sistema di prevenzione adottato per neutralizzare in anticipo qualsiasi rischio di violenze e saccheggi nelle città italiane, come era stato invece annunciato da giorni sul web. Il ministro dell’Interno ha avvertito che – al netto della grande soddisfazione per la tenuta e l’efficacia dell’apparato di sicurezza, riconosciute da tutti – «non ci si può accontentare né illudere», e che l’attenzione deve rimanere sempre alta. Anzi, forse anche di più. Proprio perché nell’affrontare situazioni di ordine pubblico «è un errore pensare che sia finita».
All’orizzonte c’è subito la data del 30 ottobre, venerdì prossimo, con le iniziative di protesta organizzate in più città a margine dello sciopero generale indetto dal sindacato Usb contro guerra, riarmo e carovita. La preoccupazione è legata al fatto che – come hanno dimostrato i disordini del 17 e 18 ottobre scorsi a Milano e in alcune città del Nord, replicati solo in minima parte nell’ultimo fine settimana con migliaia di identificazioni, centinaia di fermi preventivi, 15 arresti, ma anche 36 feriti fra poliziotti, carabinieri e finanzieri secondo i dati forniti dal Dipartimento di pubblica sicurezza – se da una parte il metodo applicato da prefetti e questori ha funzionato, è chiaro che lo stesso è stato per il sistema utilizzato da chi via social ha chiamato l’adunata di singoli gruppi che poi si sono uniti in cortei non autorizzati che hanno dato vita a incidenti.
Una su tutte, l’attività svolta a Milano da Youssef Siher – bresciano con genitori marocchini – con il canale del Movimento 17 ottobre (identificato da polizia postale e Digos grazie all’intercettazione della pagina Instagram e alla collaborazione di Meta) amministrato dal 30enne ideologo dell’Islam e giornalista e dalla moglie Sagia Hammoud, mediatrice culturale e linguistica in un’associazione con sede a Como. Sono stati denunciati ma per lui, che non avrebbe risposto durante l’interrogatorio al quale è stato sottoposto dopo l’individuazione, oggi il pm della Procura milanese potrebbe chiedere al gip l’emissione di un provvedimento di fermo per istigazione a delinquere finalizzata al terrorismo (la moglie è accusata solo di istigazione aggravata). Una contestazione pesante che potrebbe anche far finire in carcere l’autore dei messaggi per organizzare le piazze della protesta di sabato scorso in otto città.
La convinzione, più che il sospetto, è che però la nuova ondata di proteste non ruoti solo attorno a un’unica persona, ma che l’utilizzo massiccio dei canali social e delle piattaforme di messaggistica – nonché di profili aperti su Telegram e Signal, anche con comunicazioni regolate da sistemi bitchat per impedire l’intercettazione delle conversazioni – possa essere replicato anche da altri. In modo semplice e veloce.
Lo scenario attuale è fluido e viene monitorato di continuo, sulle piazze e sulla Rete. All’orizzonte poi non c’è solo il 30 ottobre, ma anche il 20 novembre, con un altro sciopero generale questa volta indetto dalla Cgil, che potrebbe essere accompagnato da un’altra serie di manifestazioni. L’attenzione in tutte queste circostanze è ora concentrata sui cortei estemporanei e non preavvisati che possono formarsi nell’arco di qualche ora – soprattutto dopo quelli ufficiali e pacifici – con un tam tam social che a Roma e Milano (ma anche a Torino e Bologna) si è già visto all’epoca delle proteste pro-Pal, richiamando migliaia di giovani studenti, dei centri sociali e dei movimenti antagonisti, ma anche anarchici. Iniziative lampo che di contro – è l’analisi in atto degli organismi di prevenzione – richiedono una costante presenza delle forze dell’ordine per chiudere strade, mantenere cordoni di sicurezza attorno a obiettivi sensibili, dirottare il tragitto dei manifestanti con il costante rischio di scontri.
Ecco quindi che, affidando le sue considerazioni ai prefetti e ai questori attraverso il capo della polizia Vittorio Pisani, il ministro Piantedosi ha auspicato che «i controlli di prevenzione proseguano senza sosta in concomitanza con le proteste, con il ricorso ai fermi preventivi che hanno dato risultati positivi». Una strategia che è concordata con la premier Giorgia Meloni, con la quale c’è un confronto costante che non si limita alla prevenzione sul campo per evitare scontri e anche peggio: proprio due giorni fa, durante una di queste conversazioni, è stato convenuto che questo momento richiede soprattutto calma e la necessità di non esasperare i toni. Le chat aperte anche su canali difficili da intercettare sarebbero molte, c’è il rischio che l’attuale fibrillazione possa degenerare ancora una volta come è successo a Milano Uno scenario che a questo punto richiede un continuo controllo del territorio reale e virtuale, non solo alla vigilia di grandi eventi di piazza ma anche in ogni altro giorno, vista l’imprevedibilità della situazione.