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 2026  ottobre 26 Lunedì calendario

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Tanto tuonò che non piovve. Quantomeno non venne giù l’atteso uragano di fuoco che avrebbe dovuto sommergere le principali città italiane, mandare in frantumi migliaia di vetrine per consentire il saccheggio di altrettanti negozi. Dopo una settimana di eccessivo nervosismo governativo, di ennesimi decreti antisommossa, di un interminabile dibattito su come venire a capo di un’insurrezione di ragazzi mobilitati da chi sa chi, Milano e le principali città italiane hanno vissuto un fine settimana piuttosto tranquillo. Pur contrassegnati, i suddetti weekend, da manifestazioni conclusesi con non inediti scontri con la polizia.
Chiariamo: nessuno qui considera normale amministrazione un conflitto tra manifestanti e forze dell’ordine. Ma è qualcosa che, guardando al resto d’Europa, possiamo tenere nel conto del fisiologico. In particolare, per quel mix tra irruenza giovanile, impoverimento causato da errori di politica economica o dalle guerre, complicazioni derivate dalla mancata integrazione degli immigrati e decine di altri fattori.
Anzi, sembra che all’estero le cose vadano assai peggio che da noi. Ed è quindi il caso di tenere i nervi a posto.
Sicuramente i cinquecento paracadutisti della Folgore inviati a Milano hanno avuto un effetto dissuasivo su chi fosse intenzionato a ripetere le gesta della domenica precedente. Cinquecento parà che operando con Lince (veicoli blindati leggeri multiruolo) e droni hanno rinforzato il messaggio. Ma adesso si può dire che quel tipo di militari specializzati non può essere impiegato con disinvoltura ad ogni emergenza, vera o supposta. Vanno utilizzati in casi eccezionali come lo fu per la decima divisione dei paracadutisti francesi guidata dal generale Jacques Massu inviata da Parigi ad Algeri per stroncare la guerriglia del Fronte di liberazione nazionale. O il Parachute Regiment spedito nel 1971 da Londra a Belfast e a Derry per domare la rivolta dell’Irish Republican Army nell’Irlanda del Nord.
Stesso discorso vale per la decretazione d’emergenza a cui, solo per ciò che riguarda l’ordine pubblico, il governo, da quando è in carica, ha fatto ricorso al ritmo di due volte l’anno. Preveniamo l’obiezione: parlate così perché le cose nei due giorni trascorsi sono andate relativamente bene; se si fossero ripetute le scene selvagge della domenica precedente, sareste stati i primi a puntare l’indice contro il ministro dell’Interno come già avevate iniziato a fare una settimana fa. Obiezione ragionevole. Non si può dar torto al governo per aver improvvisato misure atte ad impedire che si ripetesse il caos incendiario della settimana scorsa. Ma ora siamo qui a chiedere, appunto, un piano per l’ordine pubblico non improvvisato e da discutere in Parlamento in tempi non contingentati da una qualche emergenza.
Sotto questo profilo il fermo di Youssef Siher, l’attivista (forse il capo) del «Movimento 17 ottobre» da cui è partita l’incitazione a reincendiare le piazze, può essere considerato un buon punto di partenza. Non sappiamo se sia davvero lui il leader dell’ala filopalestinese più radicale, da quanto tempo la nostra intelligence lo tenesse d’occhio, se avesse punti di contatto con gli hacker filorussi di «Noname» come ipotizzato in queste ore. Non possiamo escludere neanche che abbia avuto e abbia un ruolo assai minore di quello attribuitogli dai media. E che il suo fermo sia servito soprattutto a seminare caos tra i suoi seguaci mentre si stavano mobilitando per riproporre i fasti della domenica precedente. Tra l’altro del «Movimento 17 ottobre» niente si sa di sicuro almeno per il momento. Comunque, il risultato è stato che, tra coloro che l’altroieri e ieri hanno manifestato, nessuno si è poi dato un successivo appuntamento allo scopo di spaccare vetrine e derubare i negozi.
Però è bene che il governo sia consapevole del fatto che stavolta non siamo in presenza di un Rave party (lo citiamo solo perché fu all’origine del primo decreto di Giorgia Meloni sull’ordine pubblico) ma di qualcosa destinata a riaffacciarsi più volte – non solo in Italia – nei prossimi mesi. Non è detto, ripetiamo, che questo movimento sia identificabile con quello autodenominatosi «17 ottobre». Ma nell’anno in cui in Europa e anche da noi si terranno un buon numero di tornate elettorali questa insorgenza sicuramente si farà sentire. Un buon motivo per elaborare iniziative atte a intercettarla anche politicamente prima che esploda in forme ad oggi imprevedibili. Le risposte del giorno dopo, quei consigli dei ministri convocati in gran fretta in cui (può capitare) si dicono anche cose a vanvera, in fasi come questa possono rivelarsi controproducenti. Anzi, è quasi certo che lo siano.