Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 25 Domenica calendario

Intervista a Francesco Montanari

Il barista con sguardo complice. “Vuole un bell’aperitivo? Magari una bollicina?”.
Francesco Montanari con sguardo e tono di chi è certo di generare una miscela di stupore e delusione: “No, grazie. Sono astemio”.
Breve silenzio. Poi la cassiera del teatro rompe l’impasse: “Sto vedendo la serie dove c’è lei: divertentissima”.
Giro di vite, giro di immagini, di suggestioni, di sovrapposizioni tra persona e personaggio, tra vita e arte. Arte e ricerche interiori. Arte e cronaca. Arte e chissà. Francesco Montanari, nella cultura popolare, per anni ha incarnato il Libanese di Romanzo criminale, poi è stato bravo a resistere alle etichette, a non ghettizzarsi, a non vivere di riflessi, di smorfie, di cadenze dialettali. Quindi cinema, avventure, teatro (“Mi ha salvato”). Quindi altri personaggi e una nuova serie, Maschi veri (su Netflix) dove incarna il macho leggermente goffo in questa nuova stagione di relazioni umane; nel frattempo è a teatro sia con Storia di un cinghiale (ispirato a Riccardo III di Shakespeare) che, insieme a Lino Guanciale, ne L’uomo più crudele del mondo (ora sono in tour all’estero).
Insomma, ora è libero dalle etichette.
(Sorriso sornione) Magari sono solo coincidenze, magari è così perché ora sono contemporaneamente in video e in scena. Però non mi lamento; (ci ripensa) rientro in quel gruppo di attori che, da sempre, in ogni lavoro riceve un apprezzamento ma non è detto che quell’apprezzamento poi generi altro.
Oramai è strutturato.
Tutto quello che riesco a ottenere arriva a fatica.
Bussa alla porta dei registi in stile Alessandro Haber?
Oggi non è più possibile e poi Haber è Haber; in realtà uno si deve muovere, parlare. Per fortuna c’è il teatro che fidelizza il pubblico e allo stesso tempo ti mantiene in forma, come una palestra.
Lo spettatore come deve stare quando esce da un suo spettacolo?
Uno che ha vissuto un’esperienza, a prescindere dal bello o dal brutto; come spettatore non mi interessa vedere dei bravi attori ma delle “persone” sul palco. Che poi è l’equivalente del bravo attore, quando nell’interpretazione scompare il lavoro che c’è dietro.
Sono vent’anni dal suo diploma all’Accademia Silvio D’Amico.
(Stupito, ripete più volte la data, alla fine si arrende). Eh…
Com’era il suo approccio di vent’anni fa?
Con un aspetto molto più sognante ed è l’aspetto che mi ripeto ancora oggi nei momenti di fatica, quando tutto appare nero, quando tutto è messo in discussione.
Proprio tutto.
Ogni tot capita di pensare “basta, smetto, voglio maggiore tranquillità psicologica”. Ma fa parte del percorso individuale di questo mestiere.
Alla fine?
Mi riconnetto al fanciullo che sognava di diventare come Harry Potter, riporto tutto alla dimensione del gioco. Un gioco serio.
Come per il maghetto, qualcosa si è avverato.
Neanche pensavo che sarei diventato famoso, sapevo solo che amavo questo lavoro; (cambia tono) era un’altra epoca, senza social, senza questa continua esibizione del narcisismo individuale. Poi la fama cosa vuol dire? Garantisce il frigorifero?
Risposta?
Non credo proprio.

Però aiuta.
La fama non era un obiettivo primario, pensavo solo a voler diventare attore, a crescere, specialmente in teatro, non avevo previsto una carriera audiovisiva.
Come mai?
Non mi accettavo fisicamente, non credevo che la mia fisiognomica fosse adatta. E l’audiovisivo vive pure di leggi non scritte, va avanti a iconografie; difficilmente potrò mai interpretare Romeo in un film, mentre in teatro è capitato; (resta zitto, poi ride) vabbè, adesso non c’ho manco più l’età.
Un Romeo maturo.
Non sarei Cristo, più Giuda o un apostolo; tutto questo l’ho capito nel corso della vita.
Una resa?
È la realtà tra corpo e voce.
Da “maschio vero”.
Sì, ma non sono Brad Pitt. Oh, sto bene con me stesso, ma a me viene spesso richiesta la ricerca di una romanità spiccata, di un vernacolo.
Ci si vede?
Anche.
Rispetto a un tempo recente, si è imborghesito?
Un giorno incontro un fan convinto di avere davanti il Libanese. Era deluso: “Che te sei imborghesito?”. E io: “Sai, quello è il lavoro…”
Ma si è imborghesito rispetto al ragazzo di vent’anni fa cresciuto in periferia?
È vero, però già allora vivevo in una bolla, con papà chirurgo e mamma bibliotecaria e filosofa. Poi conoscevo quell’umanità lì, il quartiere, ma non ho mai subito la sua fascinazione.
Proprio mai?
Starci in mezzo non è semplice, è solo simpatico sul piano goliardico; (sguardo serio) non ambisco al radical chic.
Il mondo del cinema è ancora radical chic?
Molto meno, oggi è tutto variegato.
Anni fa al Fatto ha dichiarato: “Non mi considero un genio…”.
Confermo, anche se mi piacerebbe.
E ha aggiunto: “Non sempre esco subito dal personaggio…”.
Sono automatismi: se sul set devi zoppicare per ore e ore, può capitare di svegliarsi la mattina e camminare in maniera claudicante.
La sua ex moglie, Andrea Delogu, ha raccontato al Fatto di averla mandata dallo psicologo per una crisi sessuale legata al suo personaggio.
(Ride) Non lo ricordo, ma può essere. Comunque lei romanzava molto; (pausa) oggi sono migliorato, so schermarmi, so lasciare il personaggio fuori dalla porta di casa.
Il suo lavoro annoia mai?
Sì, eccome.
Anche il palco l’annoia?
Può succedere. Dipende da come stai nel momento emotivo, da quanto è lunga la tournée, da quanti chilometri hai percorso.
Le capita di svegliarsi la mattina e non sapere in quale città si trova?
Soprattutto quando cambi posto ogni sera; (ride) magari di notte ti svegli per andare in bagno e non ricordi dove sta. E sbatti la testa.
Ora è in tournée con Lino Guanciale.
Siamo in scena dal 2022 ed è uno spettacolo potente: alcuni l’hanno visto non so quante volte.
Lino Guanciale.
Un attore che mette al servizio della scena tutto quello che ha. Che non si nasconde. Che prende posizione.
De Gregori ha marcato un confine sul ruolo politico degli artisti.
È una gaffe: chi si espone pubblicamente diventa un punto di riferimento, soprattutto se si è De Gregori; (ci pensa, pausa) è stata un’uscita poco elegante in un momento storico drammatico. Mi ha stupito.
In questi anni di carriera cosa l’ha stupita positivamente?
Da subito, da quando esco dalla Silvio D’Amico e dopo un anno prendo il ruolo da protagonista in Romanzo criminale con 102 pose; il bello è che avevo già letto il libro, poi ero andato a vedere il film di Michele Placido e avevo imparato a memoria la scena tra Favino (il Libanese nel film) e Kim Rossi Stuart (e la recita ancora, alla perfezione). Quando ho ottenuto il ruolo non ci potevo credere.
Quella maschera le si è incollata addosso.
Torno a prima: dopo il clamore mi ha aiutato il teatro, non mi ha lasciato a casa a deprimermi, fermo, e ci ho pagato l’affitto di casa.

È andato in tournée con Franco Branciaroli, uno dei pilastri.
Artista incredibile, uno degli ultimi umani-teatranti con Umberto Orsini e Massimo Popolizio, anche se Popolizio è più giovane. Lui è tutt’uno con la sua maschera, è Amleto, con un carattere molto forte. Molto. Prima del sipario uno lo può vedere con addosso i suoi anni, la macchinetta per l’udito, qualche acciacco. Ma entra in scena e ribalta la sua condizione. Esplode.
Vecchia scuola.
Quella scuola che non c’è quasi più, come non c’è più il divismo.
Qualcosina resiste.
Nella musica con Vasco o Jovanotti, non nel cinema. Forse qualcosa tra i calciatori, anche se non seguo il calcio.
Non beve e non le interessa il pallone. Che “maschio vero” è?
Lo so, sono deludente.
Le macchine?
Insomma; ora mi chiede delle donne?
Come vuole.
Sono sposato.
Perfetto per la serie Maschi veri.
Non l’ho ancora vista, non ho avuto tempo.
Di solito si rivede?
Mai, mi detesto. Da solo non ci riesco.
Neanche Romanzo criminale?
Giusto qualche puntata a casa di Stefano Sollima (il regista) perché stavamo tutti insieme. Lì non potevo evitare.
Recuperiamo mascolinità: quante volte in palestra?
È una dipendenza, sono geneticamente così: se mi piace qualcosa non ho alcun senso del limite, quindi mi devo auto-regolamentare; (sorride) a un certo punto l’istruttore mi ha bloccato: “Non puoi venire tutti i giorni, ti fa male”.
Niente droga.
(Terrore) Ma che, è matto?
Pregio e difetto dei suoi amici in Maschi veri: Maurizio Lastrico.
Ha una straordinaria intelligenza, fuori dal comune.
Difetto?
Lo stesso, perché spesso credo si senta in difficoltà davanti a un’intelligenza più quotidiana e così può passare da burbero, quando non lo è.
Pietro Sermonti.
L’uomo che tutti vorrebbero vicino perché è simpatico, brillante, colto. Allo stesso tempo se hai una giornata in cui preferiresti il silenzio, Pietro non è la persona più consona.
Matteo Martari.
Bellissimo, e associato all’accento del nord può apparire ruvido, un lupo di montagna, invece è un compagnone.
(Nella serie c’è anche Davide Iacopini. L’aggressione da parte dei due ragazzi della minicar è avvenuta dopo una cena con il cast. Per affetto e rispetto preferisce evitare l’argomento)
Un difetto di Lino Guanciale anche se non è in Maschi veri.
Cerca sempre di accontentare tutti e questa cosa gli va a discapito perché si affatica tanto.
Un suo difetto.
Un po’ come Lino mi è difficile dire di no. E ci ho lavorato sopra, sono migliorato, però un po’ resta, nonostante mia moglie psicologa.
Le chiede consigli?
Sì certo, poraccia, ’na fatica.

Il suo è un mestiere o una missione?
Un mestiere che spesso viene confuso con una missione. Un mestiere totalizzante e bisogna stare attenti altrimenti è un casino gestire il reale, la vita.
Lei chi è?
Un uomo che cerca di avere una serenità. E non è banale per me che sono un’anima inquieta che va a dormire avvolto pure dai reflussi emotivi.