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 2026  ottobre 25 Domenica calendario

Gabriele Lavia parla dei cambiamenti nel teatro

Ci si è consumato le scarpe Gabriele Lavia su quei palcoscenici. La voce no, quella resta forte e ferma perché il teatro, si sa, fa fiato portato, persino irrobustito. Teatro Valle e Teatro Eliseo due indirizzi romani di prima grandezza, riaprono i battenti dopo anni di chiusura e degrado dovuti all’insipienza e alla distruzione programmatica degli enti pubblici. Il Teatro Valle già ha fatto il suo debutto. Però la scelta è stata penitente: palcoscenico glabro e il tuttofare Francesco Piccolo che inciampicando con le parole e sfoggiando un accento alla Siani, ha letto un monologo troppo lungo su una storia stranota grazie anche a un magnifico film di Roberto Andò. Si ripercorre infatti la tragica serata occorsa a Pirandello nel 1921, al Valle perlappunto. Ora questa sala sarà dedicata alla drammaturgia contemporanea. Dunque sarebbe stato opportuno commissionare un’opera dedicata ma imponente, senza umiliare la tradizione. Perché, tornando indietro con la memoria, Gabriele Lavia lì e là portò lavori che hanno fatto letteratura, messe in scena corpose da antologia teatrale.
Maestro Lavia, facciamo qualche titolo?
«Al Valle ho debuttato con Otello, all’Eliseo ho lavorato tanto. Alcuni spettacoli hanno raccontato la mia storia, I Masnadieri, Il principe di Homburg. Con Rossella Falk e Umberto Orsini abbiamo diretto l’Eliseo dal 1980 al 1987 facendolo diventare il teatro più teatro di Roma. Il pubblico faceva la coda al botteghino fin dal mattino presto per trovare i biglietti. Per un incrocio di avvenimenti non casuali e di successi enormi, ci vollero a “Domenica in” dove coniarono una canzoncina. Consideri che in televisione il teatro non veniva neppure nominato. Per Il diavolo e il buon Dio non si sapeva più dove sistemare la gente. Non una commediola, era Sartre! Oggi quegli spettacoli non si possono più fare».
Perché?
«Questioni economiche innanzitutto. Ma anche diversa profondità. Allora era tale da farsi ascoltare».
In quel periodo e tra i camerini dell’Eliseo nacque l’amore con Monica Guerritore.
«Ci siamo incontrati all’Eliseo per I masnadieri di Schiller. In quel periodo si cercava la stessitá dell’essere. Che farlo in un teatro è sempre bello, pur se amaro come l’amore. Ti rendi conto che è quello e non può più essere altro, come saper ascoltare l’inudibile».

Teatro è vocazione?
«La vocazione è quando senti un richiamo, una voce. La scrittura, il matrimonio, sono una vocazione. Altrimenti chi te lo fa fare a limitare la tua esistenza all’interno di una coppia rigidamente costruita? Lo fai perché in quella esistenza terribile trovi la vita».
Il teatro offre amore pur nella disfatta?
«Goldoni si tormentava: “Il testo incontrerà?”. Poi raccontando il disastro commentò: “Lo spettacolo non incontrò”. E in quel non incontro c’è l’abisso. L’incontro è tutto un caso. Ho fatto teatro per un incontro con un mio compagno di scuola che andava sempre a teatro. Lo seguii. Da quel momento fu la mia esistenza. A Torino, al Teatro Carignano, sempre. Oramai entravo senza pagare. Una epifania. Vidi Nel fondo di Gorkij. In sala eravamo in tre. Lo spettacolo più importante della mia vita, regia di Strehler: Che cosa è un uomo. Tutti siamo un uomo. Molto tempo dopo capii quanto ci aveva dovuto lavorare su quella battuta Franco Graziosi, l’attore».
Da spettatore al Carignano, nella sua città a regista a Roma. La prima volta al Teatro Valle.
«L’Otello, con Roberto Herlitzka che faceva Jago. Era il 1975. Lo spettacolo fu interrotto perché Massimo Foschi che faceva Otello era nudo in scena. Un carabiniere zelante ci denunciò. Andammo da uno importante del Comune di Roma spiegando che non era scandaloso il nudo perché era in controluce, il davanti in ombra per dare l’idea della notte. Gli proponemmo di mettere in scena lo spettacolo solo per lui. Acconsentì e ne fu estasiato. Forse non era mai entrato prima in un teatro ma ci permise di andare avanti».
Oltre alla sua regia che le evoca il Valle?
«Il primo spettacolo che vidi fu Il Mercante di Venezia con Paolo Stoppa, Rina Morelli e Ottavia Piccolo. Io mi ero preso una cotta per Ottavia, così andavo tutti i giorni. Ero iscritto all’Accademia. Lei era nata un giorno prima di me di tanti anni dopo. Mi ha sempre fatto gli auguri. Un dispiacere non vederla mai. Il Valle aveva quest’aria un po’ triste e riflessiva che a me non dispiace nei teatri».
Tutta la vicenda del “Non incontro” pirandelliano è molto nota...
«Certo, notissima. Luigi Pirandello che esce di nascosto con un gruppo di amici pronti a difenderlo anche fisicamente per evitare le botte dopo lo spettacolo, è risaputo. Tra gli amici c’era anche il pugile Primo Carnera che fece e non fece. Pirandello doveva arrivare lontanissimo, sulla Nomentana, “Alla vista degli orti”... Chissà con quanta amarezza. Pensare che parliamo di Sei personaggi in cerca d’autore, uno dei primi dieci titoli al mondo che contribuì non poco a fargli ottenere il Premio Nobel. Anche Il gabbiano di ?echov fu un insuccesso, fino a quando non fu ripreso da Stanislavskij, una vera resurrezione. Peccato che ?echov non fosse andato a vederlo, si dice per paura. Eppure oggi, sul sipario del Teatro di Mosca è ricamato un gabbiano. Dopo verranno Zio Vanja e Il giardino dei ciliegi».
Più Valle o più Eliseo?
«Il Valle è un gioiello settecentesco certamente più bello dell’Eliseo che ha una forma strana, trapezoidale, palcoscenico non omogeneo, dunque il pubblico non vede nello stesso modo da sinistra e da destra. Ma all’Eliseo è scritta la mia storia. Tra tutti i teatri l’acustica migliore è quella del Carignano di Torino. Meravigliosa. Una questione di architettura. I fregi, gli stucchi, servono per rompere l’onda sonora e così abbattere l’eco, l’acustica ne risulta pulita. Anche i lampadari servono. Gli architetti non lo sanno, ci sarebbe da strangolarli tutti. Noi interpreti sappiamo che una sala moderna è sorda. A teatro nulla è semplice».
Si può ovviare all’acustica con i microfoni no?
«Io non uso mai il microfono, ruba la voce all’attore e la consegna all’altoparlante. Un rigetto alla Maupassant che davanti alla Torre Eiffel fuggiva per l’oppressione e la volgarità che ne ricavava. Il teatro è un luogo dove si parla forte come nell’antica Grecia. Sennò fai radio e parlerai più piano».
Che cosa sta preparando?
«Dopo la prova di Ingmar Bergman. Andrò al Carignano e al Teatro Valle a febbraio. Ne sono contento, il Valle è giusto per questo testo da camera».