La Stampa, 25 ottobre 2026
L’ultimo duello tra Lula e Bolsonaro: insulti e sondaggi alla pari
Il sabato di “garoa”, la pioggia costante che è un marchio di fabbrica di San Paolo, ha bagnato l’ultimo atto della campagna di Lula, una camminata per la democrazia con le bandiere rosse del suo partito dei lavoratori. Era da anni che la sinistra non si prendeva le piazze e la mobilitazione pre-ballottaggio è stata massima per tentare la difficile rimonta su Flavio Bolsonaro.
Il figlio dell’ex presidente ha chiuso la campagna a Belo Horizonte, capitale del Minas Gerais, Stato chiave per vincere perché è il secondo collegio elettorale del Paese e perché “indovina” da sempre il risultato nazionale. Piazze e social, scandali e appelli: il Brasile è spaccato in un testa a testa che i sondaggisti preferiscono fissare in un salomonico 50-50, per evitare la figuraccia del primo turno, quando nessuno ha pronosticato Bolsonaro in testa. Il secondo e ultimo dibattito di venerdì sera nella Tv Globo è stato più civile del primo: Lula è apparso molto calmo e Flavio, com’è chiamato, è stato meno aggressivo, anche se non sono mancati i colpi bassi. Il punto migliore per Lula è quando ha chiesto con enfasi le scuse del suo rivale che lo ha chiamato “nove dita”. «Ho perso il dito mignolo a 17 anni, lavoravo di notte in fabbrica per aiutare la mia famiglia; non sono come te, che non hai mai lavorato e sei solo capace di insultare gli altri. Chiedimi scusa a nome di tutti i lavoratori del Brasile che sudano per arrivare a fine mese».
Bolsonaro ha puntato molto sulla lotta alla criminalità, la sua principale bandiera, ribadendo le ricette di linea dura in un Paese da 41.000 morti ammazzati all’anno. Difficile che qualcuno rubi i votanti dell’altro, la caccia è agli indecisi e soprattutto a quei 30 milioni di brasiliani che non sono andati ai seggi tre settimane fa, nonostante il voto sia obbligatorio. La sinistra ha messo in piedi un “esercito di Lula”, con parole d’ordine e slogan che hanno inondato i canali whatsapp dei militanti e la missione di convincere un indeciso al giorno, per tentare una rimonta che sarebbe storica: non è mai successo che il secondo piazzato sia riuscito a ribaltare il risultato.
È una battaglia personale più che ideologica, che corre sul filo della geografia, della religione, dell’economia. Il centro e il sud del Paese stanno con Bolsonaro, il nord e soprattutto il nord-est appoggiano in massa Lula. Ma i confini sono più labili rispetto a quattro anni fa: Flavio è cresciuto molto nei territori lulisti, prendendo in media il 9 % di voti in più rispetto a suo padre nel 2022; Lula ha retto in alcune grandi città come San Paolo e Porto Alegre, dove ha schierato i pezzi grossi della sinistra.
Il presidente uscente non ha esitato a usare tutte le sue prerogative e la cassa del governo pur di risalire la china. Tra decisioni concrete (aumento dei sussidi, tagli alle accise sulla benzina, il giorno in più di riposo settimanale per legge nei contratti di lavoro, la fine delle scommesse online) e promesse per l’anno che viene (autobus gratis nel fine settimana, siringhe dimagranti gratis con la mutua, bonus di 900 euro per partite Iva e autonomi), Lula ha ipotecato ben 40 miliardi di euro per il 2027, vai a sapere dove troverà questi fondi.
Bolsonaro, invece, è rimasto molto sul vago in campo economico. Ha parlato di un super ministero della Prosperità, un accenno al suo grande bacino di elettori neopentecostali che hanno proprio nella “teologia della prosperità” il loro mantra. In visita alle città amazzoniche ha promesso di eliminare gli “ostacoli giuridici” che frenano l’attività dei produttori, eufemismo per dire che riprenderà la linea che fu del padre, via libera al disboscamento della grande foresta. Il candidato della destra è benedetto da Trump e da tutti i presidenti conservatori della regione, da Milei al colombiano De la Espriella, dal cileno Kast allo sceriffo Bukele. Lula, invece, incassa l’appoggio della sinistra europea e di artisti e attori internazionali come Shakira, Leonardo di Caprio, Mark Ruffalo. A decidere, però, sarà la pancia e la coscienza dei brasiliani, le molte famiglie piene di debiti, i cittadini impauriti dalla violenza, i giovani che sperano di avere un futuro migliore. L’ultimo termometro elettorale è stata la chiusura pre-voto della borsa di San Paolo. Alla vigilia del primo turno ci fu una sorprendente impennata del 2%, venerdì la crescita è stata più moderata, solo mezzo punto e il dollaro è rimasto stabile. La finanza fa il tifo per Bolsonaro junior ma preferisce non sbilanciarsi, la partita finale è tutta da giocare ed è probabile che terminerà ai calci di rigori.