repubblica.it, 25 ottobre 2026
La premier marocchina sfida il partito islamico
“È la seconda volta che mi chiama Signor primo ministro. Io sono la Signora primo ministro e dovrà farci l’abitudine”, dice Fatima Ezzahra El Mansouri gesticolando con trasporto, punta il dito verso le sedie dei deputati, gli occhiali neri ben piantati sul naso, camicia azzurrina sotto una giacca scura, si intravede una collanina d’oro. Non fa sconti, la Signora a capo del governo marocchino. Nel mirino c’è il Pjd, il partito della Giustizia e dello sviluppo, i conservatori islamisti moderati oggi all’opposizione.
Anni fa, nel 2014, il loro leader ed ex capo del governo Abdelilah Benkirane aveva paragonato le donne a “lampadari che illuminano la casa”. El Mansouri, ora seduta sullo scranno più alto del governo, si prende la sua rivincita: “Io non sono un lampadario; sono un cervello, una coscienza, delle convinzioni e una battaglia”, scandisce, ricordando all’opposizione che l’ “Islam in Marocco non l’ha portato il Pjd”, “è un’eredità dei nostri antenati”. Giorni prima aveva detto: “non siamo islamisti, siamo musulmani”.
Il discorso in parlamento del 22 ottobre diventa subito virale, un altro record per la donna delle prime volte: prima sindaca di Marrakesh, per due mandati. Prima capa del governo, come lei solo la tunisina Najla Bouden (prima donna premier in Tunisia e nel mondo arabo nel 2021), in un paese in cui una certa mentalità è dura a morire. L’ex ministro della giustizia, per dire, Mustafa Ramid, anche dopo che il re l’aveva scelta per guidare l’esecutivo, se n’è uscito con un post su Facebook al limite della misoginia, citando un vecchio detto islamico: «un popolo che affida i propri affari a una donna non avrà mai successo».
El Mansouri non ha fatto dei diritti delle donne una sua specifica battaglia elettorale, tanto che tutti si chiedono ancora quale sia la sua intenzione sulla riforma del diritto di famiglia, che nei divorzi e nella gestione dell’eredità penalizza ancora molto le ragazze, anche se è un codice di famiglia tra i più avanzati rispetto ad altri paesi del Maghreb, per esempio ha abolito la poligamia. Ma la premier ha iniziato a scardinare decenni di discorsi pubblici discriminatori, contestando agli islamisti anche il primato sulla religione. Dobbiamo “elevare il dibattito politico, rispettare le differenze e superare la personalizzazione”, ha detto ancora in Parlamento.
Nata il 3 gennaio 1976 a Ben Guerrir, a 80 Km da Marrakech, El Mansouri, avvocato, viene dalla buona borghesia marocchina: il papà Abderrahim è un pascià, un funzionario locale, è stato uno dei governatori della regione di Marrakech sotto Hassan II e ambasciatore negli Emirati Arabi. Il suo partito dell’Autenticità e della modernità, una forza laica che teorizza la modernizzazione sociale, è stato il più votato alle parlamentari, ed è il perno di un governo di coalizione che conta tre formazioni politiche.
El Mansouri è attesa al varco. Dalle femministe per la riforma del diritto di famiglia che ancora penalizza le donne e dall’intero paese per le sfide che il Marocco deve affrontare. In primis, l’organizzazione dei Mondiali del 2030 in condivisione con il Portogallo e la Spagna, con cui i rapporti non sono facilissimi. La questione sociale, con un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 27% e l’aumento dei prezzi che sta colpendo la classe media. La premier ha portato un programma in Parlamento che mescola liberismo e riforme sociali, ha promesso un milione di posti di lavoro entro il 2030, in un paese che tutti hanno ancora in mente per le immagini della fuga di massa a Ceuta di migliaia di giovani in cerca di futuro. Ha promesso molte altre cose, di combattere la corruzione, di aumentare l’assistenza sociale e di fare una delicata riforma delle pensioni, con un obiettivo di crescita del 5%. La sfida è appena cominciata.