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 2026  ottobre 25 Domenica calendario

Battista Lena ricorda il rapporto con sua madre, Carla Lonzi

Un giorno di molti anni fa Francesca Archibugi era andata in ospedale a trovare Nanni Moretti. A un certo punto era dovuta fuggire, per prendere una delle figlie, e il regista aveva commentato: “Ah, la nipotina di Carla Lonzi!”. “E tu che ne sai, di Carla Lonzi?”, aveva replicato Archibugi. Scoprendo che Moretti, del femminismo di Lonzi, della sua “scossa”, della sua radicalità, sapeva in realtà moltissimo. Forse lì, ha cominciato a pensare che quella storia andasse raccontata.
La storia di una donna che ha reinventato il femminismo negli anni 70 capendo che bisognava sovvertire l’idea di uguaglianza, e affermare la propria diversità. Affermarla al punto da separarsi dagli uomini, da rifiutare sempre e senza eccezioni il ruolo di ancella ai congressi, ai convegni, alle mostre, nelle riviste. “Non salterà il mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione”, scriveva. Avendo il coraggio di portare il principio fino in fondo.
Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo è il documentario che Francesca Archibugi ha presentato alle Giornate degli autori a Venezia e che il 26, 27 e 28 ottobre sarà nelle sale, distribuito da Fandango. A Roma, al Cinema Nuovo Sacher, la regista lo introdurrà proprio insieme a Moretti avendo al suo fianco Battista Lena, il compagno di una vita, dai banchi di scuola ai tre figli insieme, dall’adolescenza al presente che li vede ripresi in un ultimo tenero fotogramma girato come fosse rubato, con la telecamera che spia – dentro a una semplice passeggiata – un’intesa profonda. Difficile che “Bat” parli quel giorno, timido com’è, abituato alla scena solo quando si tratta di fare jazz, che è poi il suo mestiere e infatti ha scritto lui le musiche del film. Anche se Battista Lena non è solo il marito di Archibugi, ma è anche il figlio di Carla Lonzi. Colui che ha aperto lo scrigno delle opere di sua madre, perché tenerlo ancora rinchiuso “sarebbe stato un crimine”. È stato lei a convincere Francesca a realizzare un documentario su sua madre, sfuggita per anni a un racconto compiuto della sua vita.
Come mai?
"È stato naturale. Avevamo già cominciato a fare un lavoro sulle sue opere, con la ripubblicazione prima grazie a Sandro D’Alessandro di Etal, poi con La Tartaruga. E ancora con il trasferimento dell’archivio sfrattato dalla Galleria nazionale di arte moderna alla Fondazione Basso”. Lo sfratto è avvenuto quando si è insediato il governo di centrodestra. “Non credo ci fosse una volontà politica, ma mai e poi mai avrei portato la storia di mia madre dentro a una tensione tra istituzioni. Quindi ho detto: me lo riprendo tranquillamente, e l’abbiamo dato alla Fondazione Basso, che è di famiglia perché il figlio di Lelio Basso era il marito della sorella di mia madre”.
Perché una donna che ha fatto la storia del femminismo non si poteva trovare sugli scaffali di una qualsiasi libreria?
“Perché c’era stata quella storia di pubblicazioni autonome, chiuse nei circoli femministi, di cui si era fatta carico a un certo punto la libreria delle donne di Milano. Ma c’erano poi pdf che circolavano da tutte le parti, senza una raccolta organica. Nel tempo si è creato una sorta di culto, con qualcuno che si era assunto il ruolo di vestale. Ho visto in alcuni mercatini delle specie di teatrini, piccole finestrine con la foto di mia madre. Eppure, era tenuta fuori dal mondo, trattata come qualcosa che andava protetta”.
Il che è coerente con la storia del suo separatismo dal mercato degli uomini. Teorizzato prima da critica d’arte, poi da femminista.
“Sì, c’è qualcosa anche di lei in questo, ma passati 40 anni dalla sua morte mi sembrava un crimine tenerla chiusa. Vista anche la modernità di quel che scriveva e teorizzava, e del suo stile lineare, del tutto privo dei birignao dell’epoca”.
Il documentario non restituisce l’immaginetta del culto, ma la donna, fin dalla sua infanzia, fin dal rapporto tempestoso col padre, con la famiglia, la sorella rivale, il collegio che diventa quasi uno spazio di autonomia e di crescita. Sua madre, come molte donne che si sono distinte in quegli anni, aveva un’intelligenza che le rendeva inconcepibile la forma che la femminilità poteva assumere in quel momento. La sua capacità di analisi del reale, così come dell’arte, le impediva di sottostare a tutta una serie di gerarchie e di forme. Ricorda quando cominciò a percepire questa sua diversità?
“Guardi, io sono figlio unico, e questo cambia molto. Cerco sempre di spiegarlo a Francesca, che viene da una famiglia turbinosa. Quando sei solo in una separazione, sei Pip di Grandi speranze in una cameretta. Il rapporto che avevo con lei è quello che vedo tra mia figlia e la mia nipotina, figlia unica di genitori separati: una necessità e un amore reciproco totale, un’osmosi. Però io mia madre l’ho conosciuta per due decenni, poi è finita. Un primo decennio in cui fuggiva lei, e un secondo in cui fuggivo io”.
Perché fuggiva?
“Perché era cambiata. Mi portò a Roma, poi ci ripensò, volle tornare a Milano. Ma io avevo iniziato il liceo e decisi di rimanere da solo”.

A quattordici anni?
“Vivevo in una casetta in via Frattina. Una donna che faceva le pulizie ogni tre giorni mi portava uno zuppone di riso con la carne. Stavo come un papa”.
E sua madre?
“Tornava di tanto in tanto. Io mi divertivo, ero indipendente. La mattina mettevo i vestiti sopra il pigiama, andavo a scuola, andavo bene. Ho iniziato a imparare la musica. Guardando indietro, parliamo di cinquant’anni fa, probabilmente è durato solo tre mesi. A me sono sembrati tre anni”.
Tornò lei, insieme al compagno Pietro Consagra.
“È tornata e siamo andati in una casa vicina, anche con Consagra, che stava un po’ a studio, un po’ lì. Ma è una storia che non si è finita di scrivere: era nata nel 1931, è morta nel 1982, potrebbe essere viva oggi. C’è stata questa partenza difficile, con il primo decennio in cui sono stato parcheggiato, e poi il secondo, con l’incontro in quella casa di campagna raccontata nel documentario, quando stava per partire una nuova fase bellissima. Avrebbe conosciuto meglio Francesca, i miei figli, e chissà cosa avrebbe fatto, certo non pensava di ritirarsi”.
Mi parli dei primi dieci anni. Il matrimonio era infelice, e allora non era facile lasciare un marito senza lasciare anche un figlio.
“Ero l’unico nella mia classe a essere figlio di separati. Quando entravo leggevo negli occhi dei maestri: è arrivato il poverino. Adesso io e Francesca siamo gli unici a stare ancora insieme, ci guardano e dicono: poverini”.

Lei è rimasto a lungo con suo padre.
“Credo che mia madre, fino a quando è andata negli Stati Uniti, sia stata una presenza intermittente. Ogni tanto tornava, credo stessero insieme, poi rispariva”.
Era alle elementari.
“Sì, e nessuno mi spiegava niente. Questo è stato forse l’errore. Poi è andata negli Stati Uniti, nel 1967-1968, e lì ha scoperto di essere malata. Io sono rimasto un periodo con mio padre, molto tetro: devo aver origliato qualche telefonata intercontinentale in cui si diceva cancro, e ho cominciato a fare fantasie terribili, senza neanche un fratellino con cui condividere la paura. Poi sono andato in America per Natale, e lì è iniziata una nuova vita”.
Nel documentario ci sono le parole di felicità di sua madre per averla lì con sé.
“Mia madre era sempre felice di avermi. Poi ogni tanto aveva bisogno di essere libera”.
E suo padre?
“Mio padre era una persona con una vita complicata ma interessante, che ha dato anche a mia madre una specie di lampo di visione. Era capace di dirti: tra quarant’anni sarà così”.
Indovinava?
“Sì. Era laureato in chimica, poi ha fatto il sindacalista, era nel Partito comunista, nel comitato direttivo. Faceva lezioni di economia, faceva trasferte con Giulio Natta nei Paesi dell’Est. Diceva: andavo a spiegare quanto era bello il comunismo in Cecoslovacchia e dalla platea mi guardavano con gli occhi spalancati, e dopo venivano a dirmi: signor Lena, non è come la racconta lei”.
Quando ha lasciato il Pci?
“Più o meno dopo i fatti d’Ungheria. Non ce l’ha fatta, ha avuto una crisi. Non ha mantenuto nemmeno gli amici. Si è sposato con una donna polacca con cui ha fatto una bambina. Una delle mie difficoltà era conciliare la sua vita da dopoguerra, il Borsalino, il cappotto, l’ufficio, l’import-export, con quella di mia madre, che era un flash: a New York, al Chelsea Hotel dove c’era Jimi Hendrix. Non volevo tradire nessuno dei due e stavo lì in mezzo, vestito una volta da bambino polacco, una volta da fricchettone americano”.
Quanto è rimasto in America con sua madre?
“Credo due o tre mesi, saltando un po’ di scuola. Nel 1968 avevo 8-9 anni, ma li ricordo bene, sono stati bellissimi. Poi sono tornato a Milano, in via Verdi. In quella casa dove non c’era il telefono e le chiamate arrivavano al portiere che gridava: signora Lonza!”.
Com’era Carla Lonzi con il suo unico figlio?
“Non era mai ricattatoria. Non si rivolgeva a te come a un bambino, non ti diceva: se fai così non va bene. Era sempre un dialogo da pari a pari. Molto faticoso, però. Quando andavo da mia nonna c’era il patriarcato al livello più sublime: mio nonno non usava mai una parola sgarbata con la nonna, ma comandava, si metteva in poltrona. E io parcheggiato in quel meccanismo stavo comodissimo”.
Mentre a casa?
“C’era da adattarsi, c’era instabilità, non c’era mai stata una lampadina con un paralume: fili elettrici che pendevano ovunque, odore di vernice, traslochi”.

Lei si è scelto una vita stabile.
“Io e Francesca stiamo insieme da più di quarant’anni, ma se non avessi trovato lei magari non sarei stato così stabile”.

Una volta, da ragazzini, avete fatto una festa a casa sua e sua madre è arrivata con Consagra e ha detto: che bello, festeggiate, di chi è il compleanno?
“Era il mio, non si ricordava”.

Il giorno dopo le regalò una magnifica chitarra. Non ci rimase male?
“Per niente. Non ho mai avuto risentimento, rancore. Da piccolo sicuramente rabbia, non era un paradiso terrestre, ma non lasciava scorie, bruciava tutto nel rapporto. C’è un pezzo del diario dove mia madre scrive: sto battendo a macchina e c’è Tita che prende a calci una presa elettrica. Con mio padre, invece, è stato più difficile”.
Che impressione fa leggere i diari della propria madre?
“Ho letto molto Autoritratto, che mi piaceva tantissimo: me lo portavo in giro come fonte di ispirazione mentre suonavo. Il diario ho iniziato a leggerlo, ma mi faceva male: mi tornavano in mente le riunioni che vedevo la sera, che facevano a casa nostra, l’autocoscienza. Ultimamente, sull’onda del documentario, ci sono riuscito. Ci vuole un po’ di distanza. Adesso lo leggo come l’I Ching: lo apro a casaccio e leggo un giorno”.
E la restituisce?
“Tantissimo. Penso che un giorno qualcuno dovrebbe fare un lavoro sui sogni, perché in quegli anni c’è un’attività onirica incredibile. Un brano di quelli che ho scritto per il film si chiama La notte è un cinematografo dei più strani, una cosa che lei dice a un certo punto”.
Come avete lavorato lei e Francesca su questo documentario?
“È un film di Francesca a tutti gli effetti, è la sua visione. Ci siamo parlati in questi quarant’anni, sapeva tutto. L’ha anche un po’ conosciuta. Credo abbia colto la tridimensionalità della persona, ed era la cosa a cui tenevamo di più: restituire un punto fermo, non come interpretazione del pensiero, ma come interpretazione della persona. Era così, fidatevi. Quanto al pensiero, non ho mai voluto si creasse un’esegesi ufficiale”.
Le sue figlie le hanno mai detto qualcosa di questa nonna femminista?
“Leggono, soprattutto una l’ha letta molto. Ma a casa siamo poco autocelebrativi: non ci sono i film di Francesca, né le mie musiche. Ma questa nonna c’era e soprattutto una di loro la sente molto”.
Ha ereditato la sua radicalità femminista?
“Sì, ma senza essere rivendicativa. Anche mia madre non lo era. Era anche una donna molto fragile. Se vede quel Natale nel filmato in bianco e nero, c’è una zoommata alla fine in cui mangia e ascolta: a me fa piangere un po’…”.
Percepiva questa fragilità?
“Sì, molto. Con la malattia ha fatto lo struzzo, ha fatto finta di niente. Mesi e mesi. Una notte, fra le due case, era estate, la sentivo piangere piano, finché mi si è accesa una lampadina. Il mattino dopo ho detto: mamma, ti devi far vedere. Ma no, stai tranquillo, queste nevralgie del trigemino fanno così. Mi dispiace di non averle detto: vieni in macchina e basta”.
Aveva appena vent’anni, sua madre poco più di cinquanta.
“Sì, e pensi sempre che siano i più grandi a sapere quel che si deve fare. Già allora non parlava del cancro con l’atteggiamento della battaglia, del guerriero, lo chiamava: l’ospite. Diceva: l’ospite è tornato”.
Francesca dice che la rimprovererebbe di partecipare a consessi dove le donne sono marginali.
“Quando disse alla sua amica artista Carla Accardi ‘devi smettere’, lo pensava davvero. Lei aveva smesso una carriera di critica d’arte e avrebbe smesso anche col femminismo. Forse avrebbe inventato un nuovo modo di fare politica”.
Come ci si sente a essere il figlio di Carla Lonzi per chi la venera?
“Alcune venivano lì, mi toccavano il braccio, mi prendevano la mano, mi guardavano. Mi sono sentito come una specie di Cristo, una reliquia; il figlio di una Madonna femminista”.