Sette, 25 ottobre 2026
Intervista a Giorgia (Giorgia Todrani)
Le hanno urlato di stare zitta. È stato questo il primo incontro di Giorgia con il pubblico, all’inizio degli anni Novanta. Voleva tornarsene a casa, ma suo padre l’ha convinta a riprovare. È andata meglio. Decisamente meglio, guardando agli oltre trent’anni di carriera che l’hanno resa una delle voci più riconoscibili e di successo della musica italiana. Dopo un lungo tour appena concluso, la cantautrice, 55 anni, a 7 racconta gli esordi, le insicurezze, l’amore per Emanuel Lo e per il figlio Samuel. E quella che chiama «nascita nuova», dopo essersi chiesta se nella musica ci fosse ancora posto per lei. Un dubbio superato con il successo del brano La cura per me, i 290mila biglietti venduti e l’uscita, il 16 ottobre, del nuovo album G+1.
Dopo il successo del disco G, è arrivato G+1. Che cosa racconta questo nuovo capitolo di lei e della fase che sta vivendo?
«Ero soddisfatta di aver fatto un disco di inediti mettendomi, anche vocalmente, a disposizione della musica contemporanea. G+1 conferma che ho imparato a non cercare qualcosa che abbia una mia identità, ma qualcosa del nostro tempo in cui inserire la mia, senza timore. In questo progetto sono tornata a scrivere canzoni e ho fatto anche un omaggio al pubblico: oltre ai nuovi inediti, ci sono brani del repertorio registrati dal vivo, cantati con i fan».
Ha chiuso il tour con l’evento Last Call all’Unipol Dome di Milano. Ricorda il suo primo concerto?
«Una tragedia (ride, ndr). Erano i primi anni Novanta, il mio gruppo apriva il concerto di un altro. Avevo un repertorio americano, salgo sul palco e canto un pezzo sconosciuto. Il pubblico comincia a urlare: “Zitta, zitta, vattene a casa”. Un trauma».
Come ha trovato il coraggio di continuare?
«Grazie al mio babbo (Giulio Todrani, cantante ed ex componente del duo Juli & Julie, ndr). Gli dissi di portarmi a casa, che non faceva per me. Mi rispose: “Fanne un’altra. Se va uguale, ti accompagno io. Se va meglio, ci pensi”. Andò meglio. Ancora oggi è il mio punto di riferimento musicale: ha 83 anni e suona nei locali come se avesse iniziato ieri».
Quindi la musica è sempre stata nella sua vita?
«Ci sono cresciuta e proprio per questo all’inizio non volevo farne un mestiere. Mi vergognavo: cantavo di nascosto, quando i miei uscivano, per non farmi sentire dal babbo. Lo stimavo e temevo il suo giudizio. Sono stati i vicini a fare le spie (ride, ndr), gli hanno detto che cantavo spesso. Lui mi ha voluta sentire, ha intravisto del potenziale e mi ha consigliato di studiare musica, ma solo se ne avessi avuto voglia».
Se non avesse fatto la cantante?
«Volevo insegnare letteratura inglese. Ai soundcheck portavo i libri e mi prendevano in giro. Non ho finito l’università: è un rimpianto, perché rispetto molto lo studio».
Nel 1995 vince Sanremo con Come saprei. Che cosa vede nella Giorgia di allora?
«Mi fa tenerezza. Avevo quella solidità illusoria dei vent’anni: credi di avere tutto chiaro, non sai che la vita ti cambierà. E feci una cavolata: dopo Sanremo avrei dovuto fare promozione all’estero, ma rimandai perché volevo trovare il mio suono. Forse avrei avuto una carriera diversa. Mi do della cretina (ride, ndr), ma comprendo anche quella scelta: ragionavo da musicista».
Una figura fondamentale di quel periodo e della sua carriera è Pippo Baudo, scomparso ad agosto dello scorso anno. Qual è il ricordo più personale che conserva di lui?
«Mi disse che avevo aperto un pentolone nella musica, togliendo il coperchio a un modo diverso di cantare che si stava già formando. Una cosa bellissima che ho capito solo anni dopo. Ricordo con piacere anche una nostra litigata. Per anni ho avuto un timore reverenziale nei suoi confronti, gli davo persino del lei. Un giorno mi ha proposto di partecipare a una cosa, ma gli ho detto che non me la sentivo. Abbiamo discusso e attaccato il telefono. Poco dopo ci siamo risentiti come se nulla fosse successo: il segno di un rapporto vero e sincero. Ci volevamo un bene immenso».
Lei vive un po’ un paradosso: è una delle voci tecnicamente migliori, ma a volte questa precisione le viene contestata.
«Mi dicevano che ero fredda, ma sono talmente peggiorata che non possono più dirlo (sorride, ndr). A vent’anni ci stavo male. Ho fatto e faccio tuttora un percorso interiore con la voce: è uno strumento incredibile di autocoscienza, perché si basa sul respiro. Ora vivo le critiche più tranquillamente. E per me anche una non tecnica è una tecnica».
E le critiche sui social?
«Le leggo e ci faccio caso, ma ho imparato a relativizzarle. L’età mi aiuta: a vent’anni ci avrei sofferto molto di più. Viviamo in un periodo in cui l’umanità sembra sempre più feroce, non solo sui social. Criticare quello che faccio è un diritto, ma arrivare a insultarmi o a dire cose peggiori lo trovo francamente inutile ed esagerato. Perché dovrei arrabbiarmi con qualcuno che non conosco? E perché insultare una persona che non ti ha fatto nulla?».
Sanremo 2025 con La cura per me è stato definito come una rinascita. Da che cosa è rinata? Stava pensando di fermarsi?
«La chiamerei una nascita nuova. Ho pensato più volte di fermarmi o cambiare: già al terzo disco mi dicevo che forse avevo dato tutto, e anche intorno al 2008 mi sono posta la stessa domanda. Dopo il Covid si era creato un buco nero, mentre la discografia cambiava rapidamente. Mi chiedevo se ci fosse ancora posto per un’artista con trent’anni di carriera come me, o se avessi già dato il massimo. Sanremo 2023 è stato faticoso, ma necessario. Mi sono rimessa a lavorare a testa bassa, dalla promozione al tour teatrale. La co-conduzione del 2024 mi ha dato coraggio e mi ha aiutata a riprendere le misure con quel palco: per me è come tornare nell’utero materno, è lì che sono nata. Senza quei passaggi non sarei arrivata al 2025 con la stessa consapevolezza. A cinquant’anni potersi rimettere a studiare, come se si fosse più giovani, è una bella occasione di crescita personale».
In questa fase c’è anche un nuovo lato di lei: dal 2024 conduce X Factor. Cosa le ha fatto scoprire questa esperienza?
«Che mi piace moltissimo. Da piccola prendevo il giornale dei programmi e fingevo di fare gli annunci delle Signorine buonasera. Quel desiderio era rimasto sepolto. Cinque anni fa avrei rifiutato, invece mi sono buttata, mettendo in conto di sbagliare. La curiosità è stata più forte della paura. In questa fase ho anche recitato in un film con Rocco Papaleo (Scordato nel 2023, ndr): ho superato la paura di non essere capace. Ma sono comunque un’improvvisata e rispetto chi lo fa di mestiere».
A X Factor, un concorrente quest’anno ha portato un brano di Alex Baroni, suo ex compagno scomparso tragicamente nel 2002. Lei si è emozionata. Che posto occupa nei suoi ricordi?
«Il tempo, lo dico anche in una canzone (Io fra tanti, ndr), non cancella niente. La vita ti prende a calci e ti dice “vivi”. Impari a vivere di nuovo, ma le persone che ci lasciano restano con noi e rimane un buco nero. Sono felice che quel ragazzo abbia cantato Cambiare: Alex va ricordato per la bella persona e il grande artista che era. Per anni non sono riuscita a cantare Marzo e a Milano sono riuscita a rendergli omaggio senza spezzarmi. Spero possa vedere, ovunque lui sia, che i giovani lo riscoprono».
Da vent’anni lei e il ballerino Emanuel Lo siete una coppia. Cosa ricorda del vostro primo incontro?
«Ci siamo incontrati perché doveva insegnarmi una coreografia. Mi ha colpito il fatto che, nonostante fosse un danzatore eccezionale e io in evidente imbarazzo, mi ha fatto sentire a mio agio. Avevo 31 anni e lui 23 quando ci siamo innamorati e gli dicevo: ma dove andiamo? Io sono più vecchia, passerà il tempo, vorrai una più giovane e mi lascerai. Ogni tanto glielo dico ancora, ma a differenza degli inizi non mi risponde più e si mette a fare altro (ride, ndr). Abbiamo avuto momenti belli e momenti più complessi, ma siamo cresciuti insieme».
Al matrimonio ci avete pensato?
«La proposta c’è stata anni fa, con tanto di anello e io ho detto sì. Quindi tutto molto figo, ma poi nella nostra pigrizia più totale nessuno ha organizzato perché stavamo facendo altre cose. Sono passati gli anni, è nato un figlio e mille altre cose. Poi ora è diventata un po’ una cosa scaramantica, capito? Se non ci pensa lui, è difficile: ho troppe cose da fare (ride, ndr)».
Nel 2010 è nato Samuel. Da mamma, che cosa la spaventa del mondo in cui cresce?
«Ho molta fiducia nei ragazzi di oggi. Mi spaventa la crescente mancanza di empatia e solidarietà. Hanno già problemi ereditati dalle generazioni precedenti, non vorrei che prendesse piede l’egoismo. In Samuel per fortuna non vedo questo atteggiamento. Il disinteresse per gli altri è un male oscuro: così la violenza rischia di prevalere e la società degenera».
È giusto che un artista si esponga pubblicamente su grandi temi?
«Come si fa a non prendere posizione? Anche non prenderla è una posizione. Non serve scrivere una canzone: si capisce da come vivi e ti poni. Tutti (non solo gli artisti) dovrebbero farlo per senso civico, senza voler cambiare la testa agli altri. Ci sono ancora guerre, bambini e adulti uccisi, e sembra non importare a nessuno. Dobbiamo recuperare umanità. E la musica in questo aiuta: unisce le persone, crea legami e ci tocca nel profondo».
Cantante con più di 30 anni di carriera, conduttrice e attrice. Sogna ancora qualcosa?
«Lavorare dietro le quinte per sostenere chi sta sul palco. Potrei aiutare nella gestione della voce e della mente: sono due cose che vanno di pari passo».
Si guardi allo specchio, chi è Giorgia oggi?
«Grazie al cielo sono miope, quindi non vedo niente (ride, ndr). Sto ancora cercando di capirlo, come la vista cerca di mettere a fuoco. A volte è un bene non vedere tutte le rughe. Sono una che cerca sempre di capire chi è. È una bella libertà concedersi il tempo di scoprirsi in un mondo che chiede continuamente di fare e dimostrare».