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 2026  ottobre 25 Domenica calendario

Intervista a Gianrico Carofiglio

Gianrico Carofiglio, lei ha riconosciuto di essere vanitoso e permaloso. Più l’uno o più l’altro?
«Buona domanda. Penso tutte e due. Faccio fatica a riconoscere di essere vanitoso, ma lo sono. E faccio fatica a riconoscere di essere permaloso, ma lo sono».
Martedì torna in libreria per Einaudi con «La confessione di Elsa». Come lo presenterebbe ai lettori?
(sorride) «Francesca, la mia compagna, mi ha detto di dire che è un romanzo ispirato a lei».
È arrogante e presuntuosa, come si definisce la protagonista del romanzo?
«No, no. Però è una donna libera, come Elsa. In questo romanzo affronto diversi temi. Uno è il tradimento».
Elsa non si pente di nessun tradimento, ma si pente di non essere stata gentile.
«Questo si innesta con un altro dei temi centrali: fare ammenda. Chiedere scusa è molto comodo; fare ammenda significa vedere il dolore dell’altro, farglielo capire e stare in quella zona scomodissima in cui l’altro può anche non dirti niente».
Le è familiare?
«È una cosa che ho capito non da tantissimo: molte volte ho chiesto scusa e mi sembrava che fosse sufficiente».
Ed è stato poco gentile verso qualcuno, come Elsa?
«La gentilezza verso gli altri è una forma elegante di marketing personale. Ma la cosa davvero difficile è essere gentili con una persona cara; magari quando sei stanco. Ho capito abbastanza tardi di aver dato per scontato il bene che provo per qualcuno: devi dire a chi ami che lo ami»
.
Che bambino è stato?
«Abbastanza indisciplinato, prendevo molte note. Ho studiato dalle suore e avevo una maestra bravissima, che è stata la mia prima editrice perché fece pubblicare alcuni miei temi».
Ha mai subito bullismo?
«Sì. Quelli come me a Bari venivano chiamati “figli di mammina”, viziatelli. Ma il karate mi ha aiutato. Ricordo che a 15 anni un paio di bulli mi volevano picchiare. Il boss del quartiere, che non era più grande di noi, si intromise dicendo che tanti contro uno non era valido. Così scelse lui di farmi combattere con il più corpulento, che faceva judo».
Come finì?
«Alla pari. Ci gonfiammo di botte. Bastò a farmi guadagnare il rispetto».
È vero che la sua fede ha cominciato a incrinarsi durante Italia-Inghilterra del 1973?
«All’oratorio c’era una disciplina ridicola. Il parroco voleva costringerci a rinunciare al primo tempo per il catechismo; avremmo invece visto insieme il secondo. Ma io volevo seguire tutta la partita, che tra l’altro fu storica: la prima vittoria italiana sull’Inghilterra. Così saltai il catechismo. Lui mi punì. Non tornai più».
Oggi crede in Dio?
«Sì. Ho una fede piena di dubbi: non sono praticante, invidio chi ha una fede strutturata, perché penso sia fonte di serenità. Mi piace pensare che Dio abbia il senso dell’umorismo: fare una buona battuta è come dire una buona preghiera».
Come immagina l’aldilà?
«Come un luogo in cui potrei imparare e capire qualsiasi cosa. Compresa la matematica».
Crede nell’angelo custode?
«In un certo senso, sì. Ho anche scritto un racconto, La velocità dell’angelo: non bisogna correre più veloce di quanto il tuo angelo custode sia capace di volare».
Ne «La confessione di Elsa» distingue Chronos e Kairos.
«Sì. Chronos è il tempo lineare, cronologico appunto. Kairos è il tempo di qualità, dell’opportunità. I greci antichi lo rappresentavano come un giovane con un ciuffo sulla fronte e la testa rasata. Puoi afferrarlo solo quando ti viene incontro; una volta che è passato non hai più nulla cui aggrapparti».
Lei è tra i pochissimi ad avere un pubblico molto ampio sia quando scrive saggi, sia quando scrive romanzi. Quale suo libro ha venduto di più?
«Il primo, Testimone inconsapevole: continua a essere letto da 24 anni».
A quale è più affezionato?
«Forse Le tre del mattino. Anche se sono molto legato a quello che forse è stato letto meno: Il bordo vertiginoso delle cose, letterariamente il più complesso».
La cosa più bella che hanno scritto dei suoi libri?
«Un importante quotidiano inglese scrisse che ogni mio personaggio ha una storia che vale la pena di ascoltare. Mentre Gianni Ferrari in pubblico disse che i miei romanzi sono come una casa bella, molto ordinata, che ti dà una sensazione di serenità quando entri; poi si apre una botola e tu precipiti in un posto molto meno rassicurante».
Lo Strega è un capitolo chiuso?
«Penso di sì».
E della polemica che ha travolto Mari all’ultimo miglio della corsa al premio?
«Ho trovato tutto un po’ stucchevole. In generale sono un fautore della cautela. Ma penso che uno abbia pure il diritto di non essere cauto, di avere idee che non condividiamo, entro i limiti della continenza del linguaggio».
Da ex magistrato la sta appassionando di più il caso di Garlasco o di David Rossi?
«Quello che è successo a Garlasco è incredibile. Ammetto di guardare con una certa avidità i programmi televisivi che ne parlano».
Hanno sbagliato troppo?
«Speriamo che siano stati solo errori».
Sempio è colpevole?
«Non mi azzarderei lontanamente a dirlo. Però, poiché mi sono incuriosito, sono andato a leggermi un po’ di cose. E sulla base degli elementi a disposizione Stasi andava assolto, come effettivamente è accaduto in primo e in secondo grado. Pochi ricordano che nel 2017 è stata modificata la norma del codice di procedura penale che disciplina il ricorso in Cassazione: da allora non è più possibile farlo per ragioni attinenti alla motivazione, nel caso di sentenze di assoluzione in primo e in secondo grado. Puoi ricorrere in Cassazione solo per vizi di procedura. È giustissimo. E con questa regola Stasi non sarebbe stato riprocessato in appello e condannato».
Magistrato una volta, magistrato sempre?
«Per me sì. I greci sostenevano che morire giovani fosse una fortuna. Ho avuto il privilegio di morire giovane come magistrato, metaforicamente parlando; quindi ho solo ricordi belli».
Lei scrive che una cosa complessa è diversa da una cosa complicata. Perché?
«Su questo tema faccio seminari con il cubo di Rubik: è complicato, ma se rispetti una certa sequenza hai la certezza di riuscire a comporlo. La complessità nasce dal rapporto con l’imponderabile, dal fatto che gli elementi che entrano in rapporto si influenzano a vicenda in modo imprevedibile».
La politica è complicata o complessa?
«La politica è complessa».
Lei è stato senatore Pd. Il centrosinistra ce la farà?
«Ce la può fare. Ci sono vari problemi che ancora lo frenano in un momento in cui, con quello che sta facendo il centrodestra, il centrosinistra dovrebbe avere 10 punti di vantaggio».
Voterà alle primarie?
«Le primarie in generale non mi piacciono. Ma poiché si faranno, andrò a votare per Elly Schlein. Spero che, qualunque sia il risultato, il perdente si metta a lavorare per il vincitore».
Gli elettori del leader sconfitto andranno a votare per il vincitore?
«Io credo che tutti voteranno nel modo giusto. È una coalizione. Chi vuole votare Cinque Stelle, vota Cinque Stelle. Chi vuole votare Pd, vota Pd».
Vannacci?
«Credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che questa roba, perché non riesco a chiamarlo partito, prenda una quantità di voti diversa a seconda che corra da sola o in compagnia».
Perché fatica a considerarlo un partito?
«Perché non c’è nessun merito nelle dichiarazioni populiste; servono solo a eccitare gli animi. A me piacerebbe potermi confrontare con una destra civile, moderna, europea su questioni sulle quali inevitabilmente la pensiamo in modo diverso. Ma sempre e solo in un contesto in cui siamo d’accordo sui fondamentali della vita comune».
Da ex giurista cosa pensa delle norme speciali varate per i minorenni?
«Non le ho ancora lette, ma penso tutto il male possibile del metodo. Si pensi al decreto d’urgenza dopo i rave party. Sapete quante volte è stata applicata quella norma? Zero. Dopodiché, l’idea di costruire una fattispecie di reato legata alla mera partecipazione a un’azione violenta, anche priva di conseguenze, potrebbe avere un senso».
Sta lavorando a un nuovo spettacolo teatrale?
«Farò un tour con un monologo sul mistero della stupidità. Far ridere la gente è quello che in assoluto mi piace di più».
La cosa più stupida che ha fatto?
«Tante bravate da ragazzo, pericolosissime. Come fare a botte per ragioni futili, o andare a giocare a poker la notte prima della laurea, con due bari, in un sordido appartamento».
Tutto prescritto. Una cosa stupida recente?
«Forse è la tendenza, che non sempre controllo, a esprimere giudizi su cose che non conosco abbastanza. A proposito della cialtroneria letteraria di cui parlo nel romanzo, mi è capitato di parlare di un libro che non avevo letto con una persona molto più competente di me. Sono un buon bluffatore».
I suoi figli vivono entrambi a Milano?
«Sì. Giorgia mi renderà nonno a febbraio. Sarà un maschio, ma ovviamente mi sono ben guardato dal dare suggerimenti sul nome».