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 2026  ottobre 25 Domenica calendario

«Israele sarà sola, come Sparta». Per Netanyahu è l’ora dell’autarchia

Una Sparta che deve pagarsi le armi. Benjamin Netanyahu ha allargato a quelle economiche le paure da spargere a pochi giorni dal voto. In un’intervista trasmessa venerdì all’ora di pranzo – e che avrà mandato il boccone di traverso a tanti israeliani – il primo ministro ha avvertito che il Paese «deve prepararsi alle sanzioni, soprattutto applicate alle banche, e bisogna dotarsi di una strategia di emergenza». Le contromosse proposte sono quelle utilizzate dall’Iran – l’arcinemico di Bibi – o dalla Russia per restare a galla anche sconnessi dalle transazioni globali, sistemi per aggirare le misure come «le criptovalute», suggerisce il premier israeliano. La start-up nation – che perfino gli avversari politici gli riconoscono di aver sviluppato – dovrebbe richiudersi su sé stessa, impensabile secondo gli economisti. Anche nella produzione di armamenti «perché il supporto militare americano è destinato a finire, è solo questione di tempo». È la Sparta autosufficiente che ha già vagheggiato qualche mese fa.
Queste affermazioni a poco dall’apertura dei seggi, martedì mattina, hanno sorpreso gli analisti, che si chiedono quale possa essere questa volta l’incantesimo del Mago, come lo chiamano i fedelissimi. Speculano che Netanyahu voglia ricordare di essere stato lui tra il 2003 e il 2005, da ministro delle Finanze, a spingere Israele fuori dalla crisi anche se con tagli aggressivi alla spesa pubblica. Lo slogan resta lo stesso: solo io posso proteggervi. Dall’Iran, dalle sanzioni, dagli Stati Uniti «che ormai sono cambiati». Come se fosse stato all’opposizione e non al potere per un ventennio.
È quella guerra permanente che ha delineato in un documento presentato la settimana scorsa. Così le incursioni dell’esercito a Hebron – per ora limitate al quartiere da dove provenivano i due palestinesi uccisi nell’attacco, due militari ammazzati – diventano «l’operazione più importante dal 1967» in Cisgiordania. Per ora è solo un proclama, accompagnato per i suoi sostenitori a destra dalle immagini delle case demolite, delle 300 famiglie arabe espulse dall’area sotto coprifuoco, delle decine di arresti. L’occasione per lui e per ministri come Bezalel Smotrich, tra i leader dei coloni, di farsi fotografare in giubbotto antiproiettile con i mezzi blindati sullo sfondo.
Gadi Eisenkot sceglie invece di tornare nella «piazza degli ostaggi» di Tel Aviv assieme agli alleati della coalizione che vuole spodestare Netanyahu, ai famigliari delle vittime del 7 ottobre e a migliaia di israeliani. L’ex capo di stato maggiore respinge l’dea dei «Bibi-coin» come l’ennesima minaccia alla sicurezza nazionale. La gente marcia da piazza Rabin, il simbolo della perduta speranza di pace, verso il quadrato di pietre bianche dove per mesi si è condensata l’angoscia dei parenti dei sequestrati: Eisenkot promette quella commissione d’inchiesta sugli eccidi, che i famigliari invocano da tre anni perché vogliono la verità sul fallimento strategico per cui Netanyahu non si è preso alcuna responsabilità.