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 2026  ottobre 25 Domenica calendario

Il rebus della rinnovata segreteria della Lega

Luca Zaia l’altro giorno aveva mandato un messaggio a Claudio Durigon. Qualcosa come «evitate di forzare sul mio ruolo». Durigon, vero uomo forte della Lega, ieri ha fatto venir giù con le ovazioni il centro congressi di Milano. Ma non l’ha ascoltato. Dal palco si rivolge direttamente all’ex governatore: «Ora voteremo un emendamento che si chiama segreteria politica e io credo che Salvini ti chiederà di farne parte». Poi, il botto: «Tu, Luca, ci devi mettere la faccia: non potrai esimerti». L’interessato, poco più tardi, non si scompone: «Oggi parliamo del congresso. Del futuro parleremo nel futuro».
La segreteria, la «cosa» leghista, sarà composta di nove membri «nominati e revocabili» da Salvini. Durigon la sogna «di grande peso e rappresentatività» e chiude la bocca agli scettici del «non si riunirà mai», giurando che «si riunirà ogni settimana e deciderà la linea del partito su tutte le questioni».
Ma Zaia non ci sta a farsi arruolare d’ufficio. Non si sa se entrerà nella segreteria, e tantomeno se accetterà il ruolo di vicesegretario che Salvini vorrebbe per lui in vista delle elezioni politiche. Peraltro sull’incarico può impattare anche la creatura prediletta di Zaia, il podcast Il fienile diventato un caso mediatico. Il nuovo ruolo potrebbe rendere complicati i progetti di cui l’ex governatore ha già parlato con Marina Berlusconi.
Ma oltre a Durigon, chi altri ci sarà nel nuovo organo di autogoverno leghista? Difficile immaginare l’assenza di Silvia Sardone, pasionaria della linea anti Islam e sempre più probabile candidata sindaco di Milano per il centrodestra. Sorpresa non sorpresa, tra i nove ci sarà Riccardo Molinari. Liberale puro, era apparso un po’ a disagio con la linea ultra sovranista e molto di destra di Salvini. Poi, però, è stato lui – gomito a gomito con Salvini stesso – a scrivere la mozione nordista approvata ieri ma già firmata di pugno da tutti i governatori leghisti. Da un certo punto di vista, il punto politico più alto del congresso, visti gli umori incendiari del fronte nordista negli ultimi mesi. Proprio quelli hanno spinto Salvini ad annunciare a sorpresa il congresso a Pontida.
Ma l’altra grande domanda ha il nome e il cognome di Giancarlo Giorgetti. Fermo restando che «la Lega non è il Pd» – e dunque dal voto di oggi non usciranno eletti né «quote» da rispettare col bilancino negli organismi interni – nella segreteria ci sarà qualcuno dell’area dello sfidante Massimo Garavaglia? Certo non lui, che peraltro ha già annunciato al momento della candidatura di «non nutrire» alcuna ambizione personale. Durigon, nel suo tessere la tela di una Lega polifonica in grado di tornare competitiva in vista delle elezioni politiche, probabilmente vorrebbe l’uomo del Mef nella segreteria. Ma gli ultra sovranisti del partito, peraltro assai influenti, fanno gli scongiuri solo a sentir menzionare quel ministro bocconiano che sulla manovra non fa che ripetere «prudenza». Loro chiamano tutto il gruppo di quelli vicini a Giorgetti «i draghiani», e non solo perché furono ministri nel governo di unità nazionale: sono convinti che «ci pensino ancora». Dato che il sud nella segreteria leghista sarà certamente ben rappresentato, tra i presenti difficilmente mancherà il pugliese Roberto Marti. Ma alcuni posti sono ancora da definire. Certo, il verbo salviniano dovrà essere nitidissimo nella segreteria: e allora i nomi plausibili sono da cercare tra quelli di Andrea Paganella, Alberto Di Rubba, Andrea Crippa, Luca Toccalini, Eugenio Zoffili. Infine, è stato previsto un incarico faticoso, quello di coordinatore delle segreterie regionali. Durigon, sono giusti questi nomi? «Ma perché la segreteria non la fate direttamente voi?».