Corriere della Sera, 24 ottobre 2026
L’inchiesta sul genero di Donald, spiato dai russi e pagato dagli arabi
Una bomba è stata sganciata su Jared Kushner, genero prediletto di Donald Trump e inviato speciale della Casa Bianca per Ucraina e Medio Oriente. Un’inchiesta – frutto di sei anni di lavoro del giornalista investigativo Matthew Cole, pubblicata nel libro Princes and Thieves: Jared Kushner and Mohamed bin Zayed’s Secret Plot to Remake the Middle East, di cui è uscita un’anticipazione sull’edizione americana di Vanity Fair – rivela due cose. Primo: stando all’inchiesta, i servizi segreti russi monitoravano lo smartphone di Kushner, un dettaglio non da poco, visto che lo rende ricattabile da una delle parti con cui negozia. Secondo: proprio grazie al lavoro degli hacker di Mosca, sempre stando alla ricostruzione di Cole, si è venuti a sapere che il genero di Trump ha ricevuto somme ingenti – si parla di almeno due miliardi di dollari – dai leader di Arabia Saudita ed Emirati, mentre cercava di ottenere la normalizzazione tra i Paesi del Golfo e Israele.
È una storia di denaro e di influenze, di scorciatoie diplomatiche e interessi personali, che coinvolge il principe saudita Mohammed bin Salman (Mbs), il presidente emiratino Mohamed bin Zayed (Mbz), il premier israeliano Benjamin Netanyahu e, a un certo punto, le spie di due Paesi europei. Inizia nel 2017, quando Trump era al primo mandato, Kushner era consigliere del suocero e l’amministrazione spingeva per gli Accordi di Abramo, che sarebbero stati firmati tre anni dopo tra Emirati, Israele e altre nazioni arabe. Era anche un momento, nota con malizia Cole, in cui il giovane Kushner non era ancora indipendente da un punto di vista economico e il business di suo padre non andava bene.
Dunque, correva l’anno 2017 e ognuno dei tre rampolli aveva un obiettivo: Mbs voleva diventare il leader di fatto dell’Arabia Saudita (obiettivo raggiunto), Mbz voleva fare saltare l’accordo di Obama sul nucleare iraniano (idem) e Kushner voleva portare a casa la normalizzazione tra Israele e i Paesi arabi (gli Accordi di Abramo). Mbs e Mbz avevano bisogno di un canale privilegiato con Trump e a Kushner, insinua l’inchiesta, il denaro avrebbe fatto comodo. Prima i due principi del Golfo gli offrono di aprire un «fondo nero» di 10 miliardi per le politica estera della Casa Bianca, incluso il muro con il Messico, ma la cosa non va in porto. E allora passano al piano B: due conti bancari, per un totale di oltre due miliardi, a disposizione dello stesso Kushner. Il primo conto, finanziato da entrambi, in una banca di Abu Dhabi, intestato al fratello di Mbz ma cogestito da Kushner, che aveva la firma, era usato per scopi diplomatici. Il secondo, finanziato da Mbz, era per uso privato. Ed era depositato alla Banca Centrale israeliana (che tecnicamente non avrebbe conti personali): Netanyahu doveva essere informato prima di ogni transazione.
Com’è saltata fuori questa storia è poi una storia in sé. Facciamo un salto avanti fino al 2020, quando un’operazione congiunta dei servizi olandesi e britannici ferma una spia russa a Londra. Gli dicono: lavora per noi o finisci in prigione. Così quello fa vedere come i suoi tengono sotto controllo il telefono di Kushner, gli olandesi copiano il metodo, vedono tutto quello che accade sul suo iPhone... incluse le transazioni bancarie. E qualcuno avverte il giornalista investigativo. Quando Vanity Fair ha pubblicato l’anteprima, ieri, Kushner ha negato tutto: «Sono accuse totalmente infondate».