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 2026  ottobre 24 Sabato calendario

Israele, la campagna elettorale si mischia con la guerra

Il giubbotto antiproiettile lo blinda verso gli ultimi giorni del voto e non lascia dubbi sul tono guerresco che Bibi vuol imporre alla sfida. Dopo l’attacco a Hebron, il primo ministro ha diffuso un messaggio minaccioso – senza cravatta, con la camicia di colore nero dei tempi di guerra – che parla ai palestinesi perché gi israeliani intendano, soprattutto i sostenitori della destra fino ai coloni oltranzisti. «Siamo pronti a un’operazione su vesta scala in Giudea e Samaria», la Cisgiordania che lui chiama con il nome biblico. «Sarà la più grande dai tempi della guerra dei Sei giorni».
Ancora una volta mischia la campagna militare con quella elettorale, senza tener conto nei proclami che lo stato maggiore gli ha già segnalato la carenza di soldati sui troppi fronti rimasti aperti.
Quando Ariel Sharon aveva lanciato le incursioni di Scudo Difensivo nel 2002, quella di sicuro la più grande operazione in Cisgiordania dal 1967, aveva dispiegato almeno 25 mila riservisti oltre ai ragazzi di leva. Per il premier questi numeri non contano, valgono solo quelli delle schede infilate nelle urne martedì prossimo, sa di dover recuperare lo svantaggio sull’avversario Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore.
Anche prima dell’attentato Netanyahu aveva sfoderato la tattica degli ultimi vent’anni, al grido «Oy Gevalt» – come scherzano i giornalisti israeliani – che in yiddish suona più o meno «Che paura». Si è fatto riprendere con i jet sullo sfondo in una base militare dell’aviazione per avvertire: «I nostri nemici si preparano a colpirci nei giorni attorno alle elezioni». Pensava all’Iran e sull’Iran ha continuato a martellare – compresi i rimbalzi tra qui e Washington su possibili raid – fino al punto che i generali sono dovuti intervenire a precisare che «non ci sono elementi di intelligence per indicare un assalto imminente». Anzi i comandanti sono preoccupati che gli allarmi ripetuti dal premier spingano i pasdaran a un errore di calcolo: convinti che Israele si prepari a bombardare, deciderebbero di sparare per primi.
In un gioco di specchi distorto che serve a Netanyahu ad alimentare la paura tra gli israeliani. «Non ha mai avuto un’altra strategia in tutta la carriera: spargere minacce nella regione e poi provare a convincere di essere l’unico a poter affrontare i pericoli. Incredibile che ci provi ancora dopo il disastro del 7 ottobre 2023», scrive in un editoriale il quotidiano Yedioth Ahronoth. «Eisenkot può introdurre due grandi differenze: l’equilibrio e la normalità».
Gli strateghi del Likud pianificano per le quarantotto ore precedenti all’apertura dei seggi di inondare i telefonini e i social media con video che battano sull’altra paura sfruttata in passato: la partecipazione degli arabi israeliani.
Nel 2015, nel panico perché i rilevamenti interni al partito lo davano perdente, Netanyahu aveva lanciato all’ultimo minuto un messaggio razzista e che di fatto discreditava il diritto di voto del 20 per cento della popolazione: «Gli arabi stanno andando a votare in massa, i sinistrorsi li caricano sugli autobus».
Così sul finale di questa campagna che potrebbe scalzarlo dal potere dopo vent’anni lo slogan che vuole inculcare è: «O la destra o gli arabi», perché per ora Eisenkot non sembra in grado di ottenere la maggioranza senza l’appoggio di quei deputati. Piuttosto che in pensione o all’opposizione, Netanyahu potrebbe puntare a un governo di unità nazionale che secondo un sondaggio del quotidiano Ma’ariv il 60 per cento degli israeliani preferisce allo stallo. Si dividono su chi dovrebbe guidarlo, Bibi non ha dubbi: ancora lui.