Corriere della Sera, 24 ottobre 2026
Le 5 italiane tornano a casa. Tajani protesta: sono innocenti
La telefonata si interrompe a metà di una frase. «Aspetta, vi richiamo». Nel giardino della casa di Masafer Yatta in cui è ospite, fra i villaggi di pastori che Israele definisce «zona di tiro 918», è appena entrato un colono. Il giornalista francese giovedì era con le cinque attiviste italiane fermate ad al Bweib, a sud di Hebron, mentre aiutavano i contadini a raccogliere le olive. «Sono scesi da un’auto bianca uomini con i fucili, vestiti da militari. Erano coloni», ci racconta. «Hanno fotografato ciascuno di noi con il passaporto accanto al viso». Come si fa con chi si vuole schedare. Poi sono arrivati l’esercito, con l’ordine di andarsene e di non tornare, e la polizia. Risultato: telefoni sequestrati e attivisti seduti nella polvere. Quando ha provato a chiamare l’ambasciata, un soldato lo ha fermato. «Mi ha detto: non telefonare a nessuno». Dopo tre quarti d’ora i reporter sono stati lasciati liberi. «Ce ne siamo andati a piedi, prima che cambiassero idea». Le italiane, quattro ragazze e una donna più grande, hanno passato la notte nel commissariato di Hebron. «Ci hanno fatto dormire con la luce accesa», racconta una. Ieri le hanno portate nel centro per l’immigrazione accanto all’aeroporto Ben Gurion, e in serata Antonio Tajani ha annunciato che il rientro in Italia è previsto per questa mattina. Quasi sempre, spiegano gli attivisti, gli espulsi tornano a casa con El Al. «Stanno bene fisicamente, ma sono esauste», dice Alon Sapir, l’avvocato della Ong di Gerusalemme che le assiste. L’accusa è aver violato una zona militare chiusa, «di cui non sapevano niente», e la polizia parla di «promozione del terrorismo». Una ha detto al legale che gli agenti «fanno giochi psicologici, per intimidirle». Per Sapir le espulsioni sono «la prassi di questo governo, che vuole cacciare chiunque ne critichi la politica». Tajani definisce il fermo «inaccettabile», perché le cinque «non stavano commettendo alcun reato».