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 2026  ottobre 24 Sabato calendario

Hebron, uccisi due soldati israeliani. Netanyahu fa scattare il coprifuoco: «L’operazione più grande dal ‘67»

Da ieri mattina Imad Abu Shamsiya è chiuso nella sua casa di Tel Rumeida, nel cuore antico di Hebron, a due passi dalla moschea di Abramo, dove c’è anche una colonia israeliana. Fuori passano «soltanto mezzi militari», ci racconta. Ha 55 anni, una moglie e dei figli ai quali cerca di nascondere il nuovo assedio e la conosciuta paura. «Ho detto che ho il raffreddore e che per questo non possiamo uscire».
Tutto comincia a un posto di blocco a nord della città, dove due giovani palestinesi uccidono due soldati israeliani, un sergente maggiore di 23 anni di Ashkelon e un ragazzo di 20, e ne feriscono altri tre, prima di essere a loro volta uccisi. Un fotografo palestinese dell’ Agence France Presse li riprende mentre sparano. Poche ore dopo l’esercito vuole capire se sapesse dell’attacco in anticipo, lo stesso sospetto rivolto il 7 ottobre ad alcuni fotoreporter di Gaza. L’agenzia francese smentisce, e la polizia israeliana esclude ogni coinvolgimento.
Benjamin Netanyahu, il premier israeliano, arriva alle porte di Hebron con il giubbotto antiproiettile, che a cento ore dal voto calza ancora più a pennello. Ordina di «chiudere immediatamente» la città e di preparare il blocco di tutta la Cisgiordania. Promette di «distruggere questo luogo e trasformarlo completamente», di svuotare il quartiere degli assalitori andando «casa per casa» e di lanciare un’offensiva come non se ne vedevano dalla guerra dei Sei giorni.
Lì accanto, a Farsh al Hawa, le ruspe abbattono abitazioni che, giurano i vicini, con l’attacco non c’entrano niente. Poi il premier spiega che cosa verrà dopo le macerie: «Distruggeremo le infrastrutture terroristiche e costruiremo sempre più insediamenti». I suoi ministri messianici non aspettano la sera. Bezalel Smotrich approva quattro nuovi avamposti e avverte che «questo è solo l’inizio». Ben Gvir va oltre e chiede di smantellare l’Autorità palestinese e di vietare le strade a tutti i palestinesi, perché la loro «libertà di movimento» è «meno importante del nostro diritto alla vita».
La parola del giorno è eroismo. Eroica per Hamas l’azione dei due assalitori, eroici per Netanyahu i coloni, eroici per Gadi Eisenkot, lo sfidante, i soldati. A quattro giorni dal voto nessuno si concede termini tiepidi, e molti attivisti vedono nell’attacco il pretesto che si aspettava.
Il sindaco di Hebron, Yousef Ja’abari, ci dice che alcuni ministri israeliani stanno già «sfruttando i fatti per guadagni elettorali». Non conosceva i due assalitori e condanna «la violenza contro i civili, di qualunque nazionalità». Ma racconta una città con tutti gli ingressi sbarrati, cinque dei quali chiusi già dall’ottobre 2023. «Più di quattromila aziende sono ferme e le ambulanze non riescono a passare. È una punizione collettiva estrema e inaccettabile». Da un secolo Hebron è il luogo dove le ferite di questa terra si intrecciano. Qui nel 1929 furono massacrati 67 ebrei, e qui nel 1994 un colono uccise 29 musulmani in preghiera nella Tomba dei Patriarchi, che da allora è divisa da un muro.
E su tutto, come un temporale lontano, resta l’Iran. Un attacco americano già in questo fine settimana? Assolutamente possibile, risponde Tom Barrack, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia. Senza cambio di regime, assicura, perché il problema è sempre «lo scenario del giorno dopo».