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 2026  ottobre 23 Venerdì calendario

Winnie Pooh, cent’anni di utopia

L’orsetto ha appena compiuto cent’anni (lo scorso 14 ottobre) e non li dimostra. Anzi, sembra un personaggio dei giorni nostri, o quantomeno un sogno, una nostalgia, una bella utopia del tutto attuale se pure impossibile. Winnie Pooh non va ai cortei, non protesta, non si sente escluso o concusso dagli adulti. Vive nel suo mondo incantato, nel bosco dei cento acri, un’infanzia felice dove è persino bello annoiarsi con il maialino Pimpi, l’asino Ih-Oh, il tigrotto Tigro, il coniglio Tappo, il gufo Uffa e naturalmente i canguri; oltre al bambino Christopher Robin, cui lo scrittore britannico Alan Alexander Milne dette il nome, appunto, dell’orsetto del figlio.
Già la prima storia, il primo volume riccamente illustrato, fu un successo; poi Walt Disney fece il resto a partire dagli Anni Sessanta. Tutti in fila, i libri di Miles paiono un trattato di antropologia ideale, accarezzano il tempo lento dei bambini, la loro innocenza, l’assenza di pericoli e di minacce, in fondo un’oasi dentro una società che, oggi ovviamente più di allora, tende a non perdonare e a richiedere sforzi, fatiche, competizione, stress. Tutti vorremmo essere ancora per un po’ Winnie Pooh e abbuffarci di miele oltre che di inquietanti porcherie rifilate allora ai bambini per farli crescere forti e sani: ma c’è sempre un ma. Nessuno di noi avrebbe infatti piacere di scambiare la propria vita non con quella dell’orsetto, ma con quella del “vero” Christopher Robin, ovvero del figlio di Milne: che patì un rapporto complicato, duro e nevrotico da parte del padre (lo ricostruì in un film di parecchi anni fa, Goodbye Christopher Robin il regista Simon Curtis).
Milnes, quando mise mano al suo capolavoro era fortemente segnato dagli orrori della guerra, cui aveva dedicato importanti testi saggistici. Una sorta di sindrome post traumatica. Le storie dell’orsetto nacquero dalle favole che raccontava al figlio, nato nel ’20, come esercizio di serenità. Non fu però un idillio, Il loro rapporto fu travolto proprio dal successo di quei libri in cui a poco a poco, Milnes si sentì imprigionato, sviluppando persino una sorta di avversione nei confronti del figlio: che ebbe così un’infanzia – o meglio un’adolescenza – ben diversa da quella dolce e dorata dell’orsetto. Superò i suoi traumi solo quando, morto il padre, si risolse a devolvere i diritti d’autore in beneficenza, liberandosi di un peso psicologico. Non si sfugge: anche il beato mondo di Winnie Pooh nascondeva – e continua a celare, come tutti i sogni troppo felici – lo spavento della realtà.