La Stampa, 23 ottobre 2026
Ian Gillan ricorda gli anni con i Deep Purple
Quando gli si parla di un ritorno dei Deep Purple, Ian Gillan alza il sopracciglio e accenna un sorriso. «In realtà non ce ne siamo mai andati», dice il cantante mentre si sistema sulla poltrona di un hotel di Parigi, a poche ore dal prossimo concerto. A 58 anni dalla fondazione, lo storico gruppo hard rock è ancora on the road, con tanti capelli bianchi, ma anche tanta energia come dimostra l’ultimo disco, Splat! «È un tour molto lungo, ma ci stiamo divertendo», dice il cantante 81enne.
Qual è la fonte di ispirazione dell’album?
«La chimica umana. Il chitarrista Simon McBride (al secondo disco con i DP, ndr) ha fatto un gran lavoro, dimostrando di avere le nostre stesse radici.
Ad agosto c’è stata la reunion con il chitarrista Ritchie Blackmore, tornato a sorpresa a suonare con voi a Long Island per la prima volta dal 1993.
«È stato fantastico rivederlo sul palco e sorridere. Ritchie può essere molto cupo, ma ha anche un lato sfrontato, con un buon senso dell’umorismo. In questi ultimi anni siamo rientrati in contatto, lasciandoci alle spalle i vecchi rancori».
C’è qualcosa che rimpiange pensando agli scontri avuti con lui?
«No, perché la vita cambia. All’inizio eravamo come cinque fratelli, che andavano in giro con un furgoncino e dividevamo le stanze, anche se il batterista Ian Paice dormiva solo perché aveva i piedi puzzolenti. Poi è arrivato il successo, i soldi, un’organizzazione più grande, le fidanzate che non si sopportano tra di loro e persone esterne che ti mettono in testa strane idee. Così io e Ritchie abbiamo cominciato a guardare in direzioni diverse. Per il nostro ultimo disco insieme, Who do we think we are, non si presentò nemmeno alle registrazioni fatte a Roma. È stato meraviglioso riunirsi dopo in Perfect Stranger, ma le crepe sono riemerse».
Quando eravate insieme ne avete combinate di ogni.
«Eravamo spontanei. Oggi se a 15 anni prendi in mano una chitarra ti dicono come devi vestirti e comportarti. Noi andavamo alle feste, ci ubriacavamo e quando ci svegliavamo eravamo pronti per un nuovo concerto. Certo, se continui così finisci per esplodere, come i tanti artisti morti giovani per droga. Io la mia prima canna l’ho fumata a 38 anni».
Che rapporto c’era tra i vari gruppi rock?
«A Londra capitava di vedersi allo Speakeasy Club, dove incrociavi John Lennon o Robert Plant. Ho ancora diversi amici tra di loro, come Tony Iommi (chitarrista dei Black Sabbath, ndr)».
Parlando di musica, quella formazione partorì nel 1972 l’immortale Smoke on the Water dopo il famoso incendio ad un concerto di Frank Zappa, in Svizzera.
«Non cercavamo un successo commerciale. Dovevamo riempire 7 minuti di Machine Head, nell’ultimo giorno di registrazioni a Montreaux. Il tecnico del suono si ricordò di quella prova fatta il giorno prima e funzionò».
Poi arrivò Made in Japan, uno dei live più importanti della storia.
«Il titolo è ironico. Quando nel 1969 registrammo Concert for group and orchestra insieme con Royal Philharmonic Orchestra, una giornalista chiese: “Ma chi si credono di essere?”. Non colse il senso dell’idea del tastierista John Lord, che aveva concepito un gruppo rock e un’orchestra come due giganti che si scontravano e poi si riconciliavano. All’epoca tutti i prodotti giapponesi erano considerati economici e scadenti, così scegliemmo quel titolo, come per dire che la nostra musica era scarsa».
Dopo i Deep Purple, dove poi è rientrato, e altri progetti, nel 1983 cantò in Born Again dei Black Sabbath, che avevano cacciato Ozzy Osbourne quattro anni prima.
«Lo incontrai in seguito a uno show che stavamo facendo nei pressi di Los Angeles. Si era appena disintossicato e se ne andava in giro con un bicchierone d’acqua. Mi congratulai, sembrava seguire il programma. Ma lui mi sussurrò all’orecchio “Fan***o, è vodka! Ma non dirlo a mia moglie sennò mi uccide».
Ha duettato anche con Luciano Pavarotti.
«Ricordo quando squillò il telefono e mia moglie mi disse che c’era Pavarotti in linea. Mi propose di fare Child in Time, ma io chiesi di cantare Nessun Dorma. Mi rispose “ma sei pazzo?”. A un certo punto parlammo anche della possibilità di fare insieme un album rock. Credo che non ne sarebbe venuto fuori niente di buono. Così come la mia voce non è fatta per l’opera, la sua non era adatta al rock. Non parlo del timbro, ma dai mondi dai quali provenivamo. Avrebbe però potuto cantare delle ballate rock, in quello sarebbe stato straordinario».
Si parla molto dell’impegno sociale degli artisti dopo lo scontro tra James Hetfield dei Metallica, che ha criticato chi si espone, e Roger Waters, ex Pink Floyd, che lo ha attaccato.
«Non sono necessariamente d’accordo, ma non impedirei a nessuno di farlo. Se utilizzo le mie idee politiche nei testi lo faccio solo in modo allusivo per far riflettere le persone. Devo tener conto anche degli altri membri della band e siamo molto diversi tra di noi. Non mi sono mai piaciute la destra e la sinistra. Io le chiamo “politiche del pendolo” perché ogni cinque anni arriva un nuovo governo che disfa quanto fatto dal precedente. Poi, fondamentalmente, penso che Roger Waters sia un cogl***e. Da quello che dice mi fa pensare che sia un completo idiota».