corriere.it, 23 ottobre 2026
Leonardo Manera parla della sua carriera
Volto storico di Zelig, trasmissione nella quale è tornato per “Zelig 30”, con i suoi monologhi dolceamari che sui social sono diventati virali, il salodiano Leonardo Manera (59 anni) si è raccontato a “Bowlcast”, per Telelibertà.
Tra il serio (soprattutto) e il faceto ha tirato fuori dal cassetto ricordi inediti della sua carriera che lo vede impegnato anche in teatro (con lo spettacolo “Corto Circuito": «Adesso ci si incontra su queste app tipo Tinder. Racconto che una volta è capitato anche a me: ho chattato, ci siamo visti, abbiamo fatto sesso, poi alla fine dovevo baciare quella donna e lei mi ha detto: “No, non ci conosciamo ancora abbastanza») e a Radio24 con “Uno, nessuno, cento Milan": «Questo è il nono anno, ne farò ancora un altro e chiuderò col decimo. Ma ormai mio figlio, che ha 17 anni, non ci crede più. Però un giorno lo farò davvero, smetterò di lavorare, credo non sarà un giorno troppo lontano».
«Nell’ozio, che per me è creativo, ho costruito 40 personaggi – prosegue - Penso di essere quello, diciamo insieme ad Albanese, che ne ha fatti di più. E con caratteristiche diverse l’uno dall’altro», aggiunge Manera, che poi sfodera subito un aneddoto esilarante sui suoi inizi da cabarettista: «Io ho iniziato a 17 anni nell’84 facendo il mago comico. Facevo di pomeriggio feste per bambini, la sera andavo in un locale di cabaret e di notte, quando sono poi arrivato a Milano, andavo in un locale di scambi di coppia. Bisognava fare 20 minuti prima che le persone andassero nel privé ed era anche un buon pubblico perché sapevano che dopo si sarebbero divertiti, era un pubblico arzillo. Quindi poi a volte c’erano degli esibizionisti che si spogliavano già prima, facevo lo spettacolo davanti a persone sedute però nude. E poi ti invitavano dopo con loro nel privé se volevi andare, potevi andare. Io non sono mai andato perché ero timido, però la cosa bella era proprio la totale disinibizione di queste persone. E poi ho fatto il presentatore di spogliarelli per due o tre anni...».
E qui parte l’altro aneddoto: «Al Pazzio, che era un locale a Milano verso Affori. Praticamente la serata funzionava così: io uscivo, facevo 10 minuti di spettacolo in mezzo ai fischi e alle urla delle persone che si lamentavano perché erano quasi tutti uomini. Poi presentavo queste due ragazze, facevano lo spogliarello, poi conducevo un gioco che le ragazze facevano con due del pubblico spogliando due del pubblico, e poi commentavo il catch nell’olio che queste due ragazze facevano. C’era un ring, tutto si svolgeva sopra un ring che era pieno d’olio, era tutto unto di olio. Arrivavano le due ragazze e facevano questo finto catch femminile, che in realtà era un altro pretesto per farle spogliare. E io lo commentavo. Ma seriamente. Dicevo: “Adesso vedete che ne so, Emilia aggredisce, è fortissima, ma le esce il reggiseno, e però continua imperrita nella sua azione anche se..."».
Ma la svolta arrivò più avanti: «È successo quando mi sono stancato soprattutto di fare le feste per bambini, perché ne facevo tante di pomeriggio ed era impegnativo. Poi facevo anche il finto cameriere ai matrimoni, facevo delle gag tipo versavo da bere all’ospite e poi bevevo io, ero ingaggiato dalla sala ricevimenti. Uno, ubriaco, una volta però si è girato, mi ha messo le mani al collo e mi ha spinto contro il muro. E poi è andato a chiedere al proprietario dell’hotel di licenziarmi pensando che io fossi un vero cameriere. Ricordo che feci anche il matrimonio di Lentini, l’ex calciatore del Torino e del Milan».
E arrivò Zelig: «In realtà io prima – racconta – ho fatto Ciro su Italia 1. C’erano Luca e Paolo, Natasha Stefanenko, Neri Marcorè: rimasi n. Poi feci Paperissima Sprint su Canale 5, Maurizio Costanzo Show e poi ho fatto un anno a “Quelli che il calcio” quando c’era Fazio in conduzione. Mi aveva chiamato lui perché, siccome io allora facevo questo personaggio sottotono, depresso, lui voleva fare le telepromozioni in diretta in modo opposto a come vengono fatte normalmente, dove tutti sono entusiasti del prodotto. Una bella idea. Il problema è che le prime erano della Nutella, un mondo fatto di mamme felici, bambini sorridenti. Quando hanno visto le prime si sono spaventati perché hanno detto: “Il nostro mondo non è fatto di uno così sottotono”, e allora sono stato obbligato a cambiare stile e registro, mi dispiace perché quella era un’idea migliore».
Altro fuori programma curioso, legato al mondo delle televendite: «Ho visto che l’Amaro Caporetto poi è stato ripreso da un negozio che lo ha messo in vendita a mia insaputa. Avrebbero dovuto quantomeno dirmelo, perché nella confezione ci sono anche proprio le parole che dicevo io, “le disfatte della vita”, eccetera”. Manera poi continua, parlando del rapporto che ha con i suoi stessi personaggi: "Alla fine i comici portano sempre in scena se stessi secondo me, e tu sei un po’ così. Io ho dei tratti, le mie fidanzate hanno sempre detto che io ho questo problema, che ho degli sbalzi d’umore molto netti, che passo da momenti di depressione a momenti di entusiasmo ingiustificato. Questa cosa crea in loro degli squilibri e alla fine mi lasciano».
«Le cose migliori mi vengono sempre sotto la doccia – aggiunge il comico, serio – e c’è un motivo: quando ti fai la doccia in realtà sei concentrato sull’acqua calda che scorre, sul doverti lavare, e la tua testa si stacca da quello che stavi pensando prima e vaga in modo un po’ più libero. Quindi automaticamente sei meno ancorato alla necessità di trovare la battuta, sei più creativamente attivo e ti viene da sola quella battuta che prima cercavi senza trovare. Durante la spesa invece è molto difficile, vado a farla solo quando viene mio figlio Beniamino».
E qui il racconto si fa più itimo: «Io mi sono separato nel 2014 e la mia preoccupazione, come per molti padri separati, era di non poter essere più un padre a tutti gli effetti per mio figlio, vedendolo pochi giorni al mese come è la regola. Avevo questi scatoloni in scena come se fosse un trasloco: giravo gli scatoloni e su ogni scatolone c’era un’emozione, un sentimento della vita. Era un trasloco sentimentale da padre a figlio. Ricordo che all’ultima replica mio figlio venne e alla fine pianse sul palco perché si era emozionato, si era commosso. Era comunque uno spettacolo comico a tutti gli effetti, partivo dalla mia vita che facevo all’inizio a Salò sul Lago di Garda, poi c’erano anche i personaggi fino al momento della separazione».
Manera racconta ancher l’esperienza nelle carceri: «Sono andato diverse volte nelle carceri, ed è sempre un’esperienza forte fin da quando devi lasciare i tuoi effetti personali fuori dall’ingresso e senti il cancello chiudersi alle spalle. Tra tutti quelli che ho incontrato, non ce n’è uno che mi abbia detto di essere innocente, hanno tutti ammesso le proprie colpe. Ne ricordo uno, per esempio, che disattivava i sistemi di sicurezza delle banche per permettere ai complici di entrare. La fidanzata non lo sapeva e si dovevano sposare; sono venuti ad arrestarlo 15 giorni prima del matrimonio. Gli hanno dato 2 anni di carcere, lei lo ha aspettato, quando lui è uscito si sono sposati e come lavoro lui ha cominciato a progettare sistemi di sicurezza per le banche: chi meglio di lui sapeva quali erano i problemi nei sistemi esistenti? Ha utilizzato il suo talento a fin di bene».
Poi dice la sua anche sul caso Pucci a Sanremo: «Secondo me non aveva voglia di andare a preparare un pezzo ad hoc per Sanremo, e alla lunga ha avuto ragione lui perché ha avuto una notorietà esponenzialmente più elevata di quella che avrebbe avuto se fosse andato. Sicuramente ha avuto più notorietà così. La cosa vera è che non ha avuto una censura, ha rinunciato lui dicendo “Non vado perché non me la sento”. A me per esempio è capitato di essere minacciato in prima persona, e anche i miei genitori, quando facevo il personaggio bresciano che sembrava un po’ leghista e contrario al Sud: mi arrivarono minacce da Napoli, tra le quali una che minacciava di morte i miei genitori con l’indirizzo di casa. A volte la gente non recepisce l’ironia, ma devi metterlo in conto».
Poi, qualche giudizio sui colleghi di Zelig: «Il più sottovalutato è Diego Parasole. Dal vivo secondo me è veramente molto divertente, fa spettacoli interessanti, però dentro Zelig forse non è stato abbastanza capito o il pubblico non lo ha recepito abbastanza. Quello che è esploso tantissimo invece è Checco Zalone: lo vidi la prima volta nel 2005 a Zelig Off, si vedeva che avrebbe funzionato molto ma io non immaginavo così tanto. Siccome a me piacciono le cose un po’ malinconiche, e lui quando faceva la parodia del neomelodico o di Carmen Consoli aveva questa vena sotto traccia malinconica, gli dissi: “Guarda che questa cosa è divertente, io svilupperei quella”. Poi ovviamente ha preso tutta un’altra strada e ha raggiunto quei livelli», conclude.