corriere.it, 23 ottobre 2026
Come nasce (e cosa significa davvero) la parola «maranza»?
Che cos’è il maranza non è chiaro neanche ai linguisti. La prima attestazione del termine invariabile, usato come sostantivo e come aggettivo, risale al 1988 e si deve a Jovanotti, che in una canzone intitolata «Il capo della banda» (album «La mia moto») recitava: «Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente di matti, di maranza e di malati di mente fissati con la moto e coi vestiti americani facciamo tutto ora o al massimo domani». Andrebbe poi segnalato, a conferma delle origini musicali del vocabolo, che l’anno dopo, 1989, un locale milanese, il Magia Music Meeting, organizzando un Contro-Festival di Sanremo, propose ai suoi clienti di eleggere un «premio carciofo d’oro» destinato alla cantante peggio vestita e un «premio maranza» per il divo più cafone (ne diede notizia il Corriere della Sera il 24 febbraio). Del resto, proprio in questi giorni, in una passeggiata notturna per Milano, Mario Luzzatto Fegiz elencava tra i neologismi da discoteca anche il «maranza».
Al di là del cognome (lombardo) e del toponimo (frazione di Rio di Pusteria), l’etimologia è incerta ma non troppo: secondo l’Accademia della Crusca, il termine va fatto risalire al meridionale «maranza» (melanzana) con sovrapposizione possibile di voci come «marakesch» o «marocco» (meridionale nel gergo giovanile). Sul colore scuro della melanzana è lecito ipotizzare una connotazione razzista, benché «maranza» in siciliano possa significare anche arancia.
Fatto sta che, a differenza di altri termini «storici» del linguaggio giovanile (paninaro, tamarro, coatto, truzzo ecc.), il maranza non è facilmente definibile o comunque ha vissuto uno sviluppo non uniforme da quando, nell’estate 2022, vari raduni di giovani prima a Riccione e poi a Peschiera del Garda e a Desenzano hanno portato all’attenzione dei telegiornali il «fenomeno maranza», con tanto di polizia e carabinieri schierati per evitare le risse e le aggressioni minacciate via social.
Sviluppo non uniforme, si diceva, se è vero che il termine, negli ultimi anni diffuso principalmente attraverso TikTok, occupa un ampio ventaglio che va dall’immagine caricaturale e un po’ ridicola (ma innocua) del cafone al piccolo criminale fornito di coltellino, italiano e non solo di origine nordafricana come spesso si crede e si fa credere. Il «maranza» era identificato, attorno al 2009, come il magrebino delinquente e/o spacciatore del quartiere Corvetto di Milano. Sul pregiudizio «etnico» è intervenuta qualche giorno fa in Parlamento la deputata Pd ravennate di provenienza marocchina Ouidad Bakkali dichiarandosi ironicamente «l’unica maranza nella stanza» con rima involontaria.
Si tratta comunque di giovani o giovanissimi tamarri di periferia (per lo più maschi) che ostentano atteggiamenti «da strada», con tratti da bulli, linguaggio volgare spesso introdotto da «bro» o «fra» e simili, in genere amanti della trap e inconfondibili per il look, abiti griffati di solito contraffatti, dalle scarpe alla cintura finto Vuitton, jeans a vita bassissima, mutande in vista eccetera. Una popolazione che vediamo ovunque quotidianamente, sugli autobus e in metropolitana, e che fino a ieri più che mettere paura faceva sorridere. Il rilancio del vocabolo, fuori dal gergo musicale d’origine, è comunque degli ultimissimi anni, tant’è vero che «maranza» spesso non è registrato nei dizionari più recenti del gergo giovanile. Tra i portali che lo segnalano c’è «Urban Dictionary», che intravede nel «maranza» il giovane dai capelli rasati e dai tatuaggi stravaganti che «gioca a fare il criminale o il rapper», proviene da famiglia benestante, «disturba in pubblico e fa molta fatica a conquistare una ragazza». Niente di più.