corriere.it, 23 ottobre 2026
Serbia al voto: la lista «Gli studenti vincono» promette (forse) di rottamare Vucic
«Voglio tre baci /non uno, non due/ non ne voglio di meno/ perché tre porta fortuna/ e io voglio tre baci!».
L’hanno sempre cantata dappertutto. Ai matrimoni di Belgrado e nelle sagre di Novi Sad, allo stadio della Stella Rossa e nei bar di Kragujevac. E da quasi cinquant’anni, è la canzone della tradizione. Da un po’ di mesi i tri poljupca, i tre baci, l’intonano ai comizi e nei cortei, sul web e nelle radio. Ed è diventata la colonna sonora della rivoluzione. L’Allonsanfàn degli studenti. L’inno del nuovo. Una vecchia ballata per cacciare il vecchio regimetto. I tre baci sono gli apostrofi rosa tra le parole «ti» e «odio»: un roseo futuro che mezza Serbia (e forse più) sogna di regalarsi al voto di domenica, dando il benservito agli odiati dodici anni di Aleksandar Vucic e d’un certo nazionalismo che – s’è visto ai funerali di Ratko Mladic, il boia di Srebrenica – non ha mai mollato veramente il bastone del comando.
Baciami, Serbia. Nell’Europa delle proteste, questi giovani si son mossi con due anni d’anticipo. E con grande sorpresa dei sondaggisti, la loro lista «Gli Studenti Vincono» è data al 44,5% ed è pronta a sfondare il muro di potere eretto dal Partito Progressista Sns, dal populista Vucic, dagli eredi politici di Milosevic e delle pulizie etniche, tutt’insieme quotati al 42,7.
Ogni Lunga Marcia comincia con un piccolo passo e se in Tunisia fu la scintilla d’un ambulante multato, in Spagna il pianto d’una vecchia sfrattata, la locomotiva che sta portando gli Studenti nel Parlamento serbo è partita da una tettoia della stazione di Novi Sad, nel 2024. Un freddo e nero venerdì d’inizio novembre, ore 11.52, quando lo schianto della pensilina uccise 16 persone, compreso un bimbo. Inchieste insabbiate, dimissioni tardive, corruzioni smascherate, media imbavagliati: in due anni, s’è visto di tutto. E infine una rabbia che, ai cortei degli universitari per una giustizia meno ingiusta, ha aggiunto via via quelli per il carovita e la disoccupazione.
Impiegati e contadini, magistrati e giornalisti, attori e atleti a marciare pacifici, a piedi o in bici, nelle città e nelle campagne, sbocciati in un’interminabile Primavera Serba col logo d’una mano aperta rosso sangue, agitata su migliaia di cartelli, assieme al canto dei tre baci e a un motto urlato ovunque: «Pumpaj!», spingete, facciamoli cadere. Ce la faranno?
Due anni di proteste hanno cambiato la società serba e ormai fan sembrare un ferrovecchio il 56enne Vucic, con le sue parole sulle «potenze straniere» che pagherebbero gli studenti – le stesse accuse che negli anni ’90 lanciava Milosevic ai giovani dell’opposizione di Otpor – e con le sue minacce di brogli: «Nessun eurodeputato mandato a controllare la regolarità delle elezioni, nessun monitor internazionale mi ruberà la vittoria. Possono dire e fare quel che vogliono, l’unica cosa che m’interessa è cosa c’è nelle urne».
Tentazioni autoritarie, ça va sans dire: «Tanto di cappello a Giorgia Meloni che difende il suo Paese da teppisti e violenti – s’è spinto a dire giovedì -, ma una cosa è l’Italia e un’altra la Serbia. E se adottassi misure analoghe, sarei impiccato».
«È chiaro che abbiamo paura di lui», dice Vukasin Djinovic, un capetto del movimento, «ma la superiamo pensando a quello per cui combattiamo». Per recuperare lo svantaggio, Vucic un mese fa s’è dimesso e s’è messo a girare il Paese su un camioncino «per parlare con la gente»: a mo’ di sfottò, i ragazzi si son procurati un camion molto più grosso e l’hanno pedinato villaggio per villaggio, con la scritta «Tanto gli Studenti vincono» (un po’ come facevano quelli di Otpor che ai comizi di Milosevic, regolarmente accompagnato dalla moglie acconciata con una calla nei capelli, liberavano decine di tacchini con un fiore bianco in testa: «Sembra un cartoon – ridevano -. Dopo aver visto un poliziotto alto e forte che insegue un tacchino, come fa la gente ad averne paura…?»).
Duecentocinquanta candidati, movimentismo in purezza. Fin troppo: gli Studenti non hanno un vero leader, non c’è un candidato premier, non c’è nemmeno un portavoce. Il capolista è un cardiologo, Ilija Srdanovic, ma non sarà necessariamente lui a governare. Anche perché nessuno sa bene quale sia il programma oltre l’ovvia lotta ai corrotti, la scontata trasparenza nei media, gl’inevitabili fondi promessi alle scuole. In politica estera, nessuna dichiarazione ufficiale sull’Ue – dove la Serbia aspira a entrare -, né sull’eterna questione del Kosovo tanto cara al serbo medio.
Stesso silenzio sulla Cina, potente partner economico, mentre sui fratelli slavi della Russia un’idea c’è: niente sanzioni, secondo la linea di questi quattro anni. Un po’ poco, per un partito che si presenta coi numeri di chi va a comandare. Ieri, la massa degli Studenti ha invaso Belgrado indossando gilet gialli e sulla schiena il numero 3. Quello del posizionamento sulla scheda elettorale. Quello dei tre baci. «Sono contenta che nelle strade cantino la mia canzone», ha commentato Snezana Savic, che rese famoso quel brano: «Appartiene a tutti. Ma una cosa devo confessarla: io voto Vucic».