Corriere della Sera, 23 ottobre 2026
Intervista a Filippo Gori
Passare da un casolare nel cuore della Toscana a un grattacielo a New York dove sei il più potente executive italiano in America non è cosa probabile. Ma eccoci qui con Filippo Gori, al cinquantesimo piano della nuova splendida torre JPMorganChase di Norman Foster, vista a perdita d’occhio sui grandi spazi americani. Qui, Gori, 52 anni, è co-head di Global banking, uno dei quattro comparti chiave della banca di maggior valore al mondo, circa 890 miliardi di dollari e 320 mila dipendenti. Ma la sua storia non è solo quella di un giovane italiano che raggiunge i vertici del mondo societario globale partendo da Le Ville, una frazione di Terranuova Bracciolini nel Valdarno. La sua diventa, per proiezione, la storia emblematica di un Paese, il nostro, che dalle macerie della Seconda guerra mondiale e da un’economia agricola, latifondista e quasi feudale riesce in pochi decenni a rimettersi in piedi fino a diventare una delle sette grandi democrazie industriali. Oggi in Bocconi, dove ha studiato, Gori sarà riconosciuto come Alumnus dell’anno.
Nasce a San Giovanni Valdarno, dove i suoi genitori lavoravano duramente nella loro macelleria. Cosa ricorda?
«Tempi difficili. I nonni materni dissero che potevo stare con loro, così sono cresciuto in un casolare in mezzo ai campi. Mio nonno, classe 1920, ex mezzadro, coltivava la terra e allevava animali. Austero, di grande dignità nella normalità di una vita povera. Prese la terza elementare solo dopo la guerra, poco prima dei 30 anni».
Le insegnò molto?
«Moltissimo, sia con la sua storia che con le cose non dette. Il silenzio, uno sguardo, valgono più di mille parole. Mi diede contesto storico e senso delle radici. Fu un uomo eroico. Si chiamava Livio Redditi, artigliere di montagna nel 19esimo Reggimento Divisione Venezia in Albania. Dopo l’8 settembre finì in un campo di concentramento in Germania. Gli proposero di arruolarsi con la Repubblica Sociale in cambio della libertà. Lui rifiutò, rischiando la furia dei nazisti. Fu poi liberato dagli americani. Con le ferrovie distrutte partì a piedi alla fine di aprile del 1945 e arrivò a casa alla fine d’agosto. Due anni fa, per la sua resistenza, ha ricevuto una medaglia postuma dal presidente Sergio Mattarella».
Lei era ambizioso da piccolo?
«Non c’era spazio per l’ambizione. Andavo tutti i giorni in bicicletta dal casolare alla scuola elementare a Le Ville. Poi le medie a San Giovanni Valdarno, a 5 chilometri, e il liceo scientifico a Montevarchi, un paesino accanto. Ci volevano due autobus. Ero un boy scout. Adoravo quella semplicità. Poi a 15 anni ero abbastanza grande per stare coi miei genitori e occuparmi di mio fratello Matteo che aveva otto anni e ci ritrovammo a vivere tutti insieme» (Matteo è poi rimasto nell’alimentare, oggi è presidente della Bakery di Barilla).
Come sono i suoi genitori?
«Affiatati. Allora erano dediti al lavoro. Volevano costruire per la famiglia. Ad appena 11 mesi mio padre restò orfano di padre. Fu affidato a un orfanotrofio ad Arezzo. A dieci anni suo zio Vittorio lo prese con sé in bottega. Incontra mia madre, a 22 anni si sposano. Poi rileva la macelleria dallo zio e con mia madre, che aveva un diploma di ragioneria, trasforma la bottega in gastronomia. Lavorano dalle 5 del mattino alle 8 di sera, sei giorni su sette, per 50 anni, fino al 2007 quando hanno chiuso».
Cosa pensa dei giovani che rompono le vetrine perché vogliono lavori migliori?
«Dico solo che se sei imprenditore, e in più un orfano e una contabile, non ti puoi risparmiare, niente orari, ma anche molto orgoglio e soddisfazioni. E devo a mio padre la scelta degli studi che mi hanno portato fin qui».
Come?
«Finisco il liceo bene. Dico a mio padre che vorrei studiare storia e conservazione dei beni culturali. Osserva: “Ci si campa?”. E mi parla di un articolo su una certa università a Milano che si chiama Bocconi, dove si studia molto e ci si prepara per il futuro. Era agosto. “Dovremmo andarci, così per vedere” mi dice. Partiamo e arriviamo in questa enorme città. Troviamo l’università. Mi offrono di prepararmi per un test d’ammissione. Studio, passo il test e vengo ammesso!».
Ha avuto un po’ di paura?
«Paura no. Sentivo un forte senso del dovere, ma l’ambientamento fu difficile. Soprattutto all’inizio, dovevo tenere duro. Dopo 18 mesi scelgo l’indirizzo di economia politica, il gruppo di studenti era più piccolo e interessante. Poi c’era Silvia».
Silvia?
«C’eravamo conosciuti al primo anno a matematica. Lei era della Valtellina, io della campagna toscana. Diventiamo amici. Era più brava di me. Finalmente mi laureo con una tesi di storia economica sui mediatori di bestiame! Ho intervistato colleghi di mio padre. Ho scritto un capitolo in toscano, ho preso 110 e lode con tesi pubblicata».
Pensava a un lavoro?
«Sì, ma lo volevo a Londra, per insegnare. Finisco invece all’Ampleforth College nel North Yorkshire. Non il mio ideale. Dopo un anno insisto con il preside su Londra. Mi dice: “Hai mai pensato al merchant banking, ti interessa?”. Non sapevo di cosa parlasse! Ma dissi di sì, moltissimo. Andammo a una messa della domenica e lì mi presentò Joe MacHale che era capo dell’Europa di JpMorgan, ancora senza Chase. Mi incoraggia. A 25 anni faccio domanda e mi prendono. Finalmente a Londra».
Cosa ha imparato?
«L’importanza delle scelte non convenzionali. Mai restare imbrigliati dallo status quo, mai decidere troppo a tavolino perché tutto sempre cambia».
Cosa fa in banca?
«Mi assegnano al team dei derivati. Ne sapevo poco, ma imparo. Il resto è storia. Lavoro con la filiale italiana da Londra, il capo è Matteo Del Fante, uno dei responsabili è Giovanni Gorno Tempini».
Oggi a Poste e Cdp? Gli stessi?
«Sì, c’era una bella squadra. Ma io fremevo, a Londra c’era un po’ di maretta, ricevo un’offerta interessante da Goldman, Matteo mi trattiene: divento corresponsabile derivati del Sud Europa. Nel frattempo Silvia è a Ginevra per un master di relazioni internazionali. Poi viene a Londra per un PhD in economia. Ci ritroviamo a camminare a Hyde Park. Capiamo che siamo fatti l’uno per l’altra: la Valtellina e la campagna toscana riescono a parlare la stessa lingua!».
Quanti anni aveva?
«Trentatré anni. Ero managing director per il Sud Europa. Se guardo indietro, fu una corsa: Silvia e io ci sposiamo a Badia di Coltibuono nel 2004. Nel 2007 e 2009 nascono Luce e Linda, la nostra gioia. Nel 2013 mi propongono la guida della distribuzione derivati in Asia: in Europa gestivo 60 persone e 500 milioni di dollari di giro d’affari. In Asia, da Hong Kong avrei avuto 600 persone e 2 miliardi di dollari di giro d’affari! Eppoi Silvia, che a quel punto lavorava alla Bank of England come economista, può lavorare alla Banca centrale di Hong Kong. Partiamo! Ecco, un’altra scelta non convenzionale: lasciare la vita collaudata di Londra, con le bambine piccole e molte certezze, per andare dall’altra parte del pianeta in un mondo nuovo. Dopo sei anni a Hong Kong, mi offrono la responsabilità di banking in Asia e poi, dopo un anno, la carica di ceo di tutta l’Asia. Proprio quando esplode il Covid! Era il 2020. Ho dovuto gestire situazioni oggettivamente complicate, poi nel 2024 arriva l’offerta di Jamie Dimon di venire a New York per coprire una posizione apicale. Ed eccomi qui.».
Mi manca il fiato!
«Un pochino anche a me...».
Cosa le resta dopo questa corsa?
«Quando sono nato, le probabilità che arrivassi dove sono ora erano una in un miliardo. Eppure le cose succedono. Ho sempre studiato, con umiltà, un valore chiave: c’è sempre da imparare e forse ci vuole anche un pizzico di fortuna. Durante il Covid ho imparato la regola delle 5 C come le chiamo io: comunicare, con calma, consistenza, compassione, chiarezza. Ma la summa è nei miei quattro biglietti vincenti».
Quali?
«Andare alla Bocconi, incontrare Silvia, prendere 110 e lode, cosa che mi ha aperto molte porte, trovare JpMorganChase, una vera grande istituzione americana con radici europee centenarie. Mi sento europeo in America e nel mondo con un’istituzione americana».
Proprio la Bocconi le ha conferito il riconoscimento di «Alumnus dell’anno», il più prestigioso per gli ex allievi: come lo vive?
«Con emozione e gratitudine. Ma non è solo per me. Mio padre ha smesso di studiare a 10 anni in orfanotrofio, il padre di Silvia a 14 anni in seminario. Con Silvia abbiamo istituito delle borse di studio in Bocconi per ragazzi senza mezzi. Le abbiamo intestate a nome dei nostri padri, Paolo Gori e Giovanni Pezzini».
Cosa dice dell’Europa?
«Siamo schiacciati tra Cina e Usa. E il terzo pilastro non può che essere l’Europa, non certo la Russia. L’integrazione è essenziale e il Rapporto Mario Draghi spiega tutto».
E l’economia? Cosa prevede?
«Vedo un ciclo di crescita durato 17 anni, con bassi tassi, volgere al termine. Vedo una staffetta in corso, ora abbiamo il “Superciclo”, è appena iniziato con l’esplosione dell’AI. Una vera rivoluzione copernicana, la più grande da quella industriale».
Un po’ ci spaventa...
«Dicevo che i percorsi non convenzionali sono quelli più produttivi. Chi avrà timori potrà tenere la cintura allacciata».
Cosa direbbe suo nonno Livio se fosse qui con noi, al cinquantesimo piano a guardare lontano?
«Sarebbe in silenzio, sguardo intenso, occhi lucidi. Senza bisogno di aggiungere altro».