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 2026  ottobre 23 Venerdì calendario

L’opposizione a Netanyahu cerca l’unità per «ricostruire Israele»

I biscotti e le noccioline, il caffè in polvere troppo allungato e i cioccolatini. I cinque uomini sono in maglietta, un sabato sera normale giù nella tavernetta, sorridono perché c’è bisogno che quella foto scattata dalla moglie del padrone di casa trasmetta concordia. La politica israeliana è fatta di baruffe costanti e Yair Lapid – che ha convocato la riunione nella villetta a nord di Tel Aviv – sta cercando di ripetere il colpo riuscitogli nel 2021, quando aveva scalzato Benjamin Netanyahu dal potere. Non era successo prima (dal 2009) e non è più successo dopo.
Allora doveva andare d’accordo con Naftali Bennett – ed erano così affiatati che gli israeliani scherzavano sul «bromance» – adesso deve mettere d’accordo ego, stili, ideologie differenti: la compatta determinazione dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, gli stratagemmi scaltri di Avigdor Lieberman, il candore astuto di Yair Golan. Come cinque anni fa Lapid è pronto a farsi da parte, non gli interessa per ora diventare primo ministro, gli interessa che primo ministro non sia più Netanyahu.
Il primo risultato di quel vertice di fine settembre è stato proprio la foto presa da Lihi – per la quale da giovane Lapid aveva scritto una canzone diventata successo pop – perché Lieberman fino a quell’incontro si era rifiutato, senza ufficializzarlo, di apparire nella stessa inquadratura con l’ex generale Golan, che da capo dei Democratici (la fusione a sinistra tra i laburisti e Meretz) proclama di voler tagliare i fondi alle colonie, compresa quindi quella dove l’ex buttafuori di origine moldave vive. Il secondo esito del confronto attorno ai cioccolatini è un documento sottoscritto da tutti in cui presentano il fronte comune. Definiscono queste elezioni «cruciali per il destino dello Stato» e spiegano di aver superato le distanze per arrivare «a costituire un governo che possa ricostruire il Paese».
La «coalizione del cambiamento e della speranza» – così i cinque si presentano – sa di dover raccogliere i consensi a destra cercando di stanare i sostenitori del Likud ormai amareggiati dal lungo regno del monarca Bibi, esasperati dalla sua scelta sfrontata di non prendersi alcuna responsabilità per le decisioni strategiche dietro ai massacri del 7 ottobre 2023. Già lo scorso marzo Lapid aveva sondato via WhatsApp i giovani militanti del suo Yesh Atid (C’è Futuro) per capire da loro se un patto con Golan «non avrebbe fatto scappare la gente riportandola a scegliere Bibi». L’opposizione che vuole andare al potere non può però fare a meno del «sinistrorso», come lo vedono gli alleati, perché anche con lui non raggiungerebbe martedì prossimo – almeno secondo i sondaggi più recenti – i 61 deputati per la maggioranza. Avrebbe bisogno dell’appoggio esterno di almeno uno tra i due partiti arabi, sostegno che Lieberman respinge ed Eisenkot dichiara in pubblico di voler rifiutare.
I sospetti e gli sgambetti più o meno plateali durante i comizi – e soprattutto nei messaggi diffusi via social media – girano tra chi si considera il candidato a primo ministro. Bennett lo era fino a quando l’ex capo di stato maggiore non è cresciuto sempre di più nelle preferenze, adesso il suo Yashar supera il Likud: assieme a Lieberman teme stia togliendo elettori all’interno del blocco – più che alla destra – per imporre la logica «il partito più grande sceglie il premier». L’ex capo di stato maggiore si è invece infuriato quando Bennett ha annunciato che «in teoria e sotto determinate condizioni» Netanyahu avrebbe potuto essere un ministro del governo: «Me ne andrei dopo un’ora» ha minacciato.
Tutti (tranne forse Lapid) ricordano con diffidenza che il milionario con la kippah – cervello hi-tech, cuore con le colonie, villa in un sobborgo a nord di Tel Aviv – è stato consigliere di Netanyahu quand’era all’opposizione tra il 2006 e il 2008, due anni finiti male ma cominciati con l’ammirazione per il leader: Bennett ha chiamato il figlio Yoni in onore del fratello maggiore di Bibi, ucciso in un raid a Entebbe, Uganda. Tutti (tranne forse lui stesso) temono che Lieberman a urne chiuse passi con la coalizione di estrema destra, se il premier gli promette il ministero della Difesa e il via libera a eliminare quel che resta di Hamas a Gaza.