Corriere della Sera, 23 ottobre 2026
Quei voti che vanno ripresi
Sette giorni su dieci. Sono quelli, calcola il New York Times, in cui Donald Trump – dall’avvio del secondo mandato, gennaio 2025 – ha contestato l’attendibilità delle elezioni. Escluso il voto che lo ha riportato alla Casa Bianca: un tale «trionfo» da non poter essere «aggiustato» dai disonesti rivali e infine «rubato». Così, nella sua visione, era evidentemente avvenuto al giro precedente, nel 2020. Per il resto, i democratici «cheat like hell», «cheat like dogs»: imbrogliano come dannati, come cani. Il ritornello, mentre si avvicina la data della consultazione di metà termine, serve a preparare il terreno: se vinco ha parlato il popolo, se perdo il popolo è stato scippato. Le elezioni – che mostra di spregiare – gli fanno paura: un passaggio che, nelle democrazie, può ribaltare gli scenari.
Vladimir Putin questa paura, infatti, non la conosce. A settembre la Russia ha rinnovato la Duma: secondo i dati ufficiali, ha vinto Russia Unita e l’affluenza ha sfiorato il 60%, la più alta dal 2011. I rappresentanti dell’opposizione fuori gioco, i dipendenti pubblici sorvegliati da schiere di «motivatori». Gli autocrati non temono le urne perché le hanno svuotate di potere e riempite di applausi. Il record di partecipazione diventa una prova di forza. Grande folla, un solo esito – già scritto.
C’è un terzo caso critico da osservare: riguarda il responso che emerge da elezioni libere.
In Germania le ali politiche più radicali hanno rivelato una capacità che sfugge sia ai partiti di governo sia alle opposizioni tradizionali: quella di mobilitare le persone, pur di generazioni lontane, verso i seggi. A settembre, in Sassonia-Anhalt, ha votato il 77,8 per cento degli aventi diritto, la percentuale più alta dalla riunificazione nelle consultazioni locali. AfD ha sfiorato il 44%, con un tesoretto stimato di 57 mila consensi consegnato alla formazione di ultradestra da chi si stava predisponendo a non votare più. Due settimane dopo, in Meclemburgo-Pomerania, sempre AfD è salita al 38% spingendo la Cdu fuori dal parlamentino. Lo stesso giorno, a Berlino, la Linke, formazione a sinistra della Spd, si è affermata come primo partito cittadino con il 26% dei consensi, mentre AfD superava il 16. Due forze agli antipodi che hanno intercettato chi vive ai margini (per reddito, età, luogo di residenza).
All’inizio di questo nuovo secolo e millennio, si è discusso dell’affermarsi di una contro-democrazia (Pierre Rosanvallon, La contre-démocratie, 2006): di un popolo-veto, cioè, che scende in campo per bloccare e ridirezionare, facendo leva su poteri indiretti disseminati nel corpo sociale (come le organizzazioni non governative, i media, oggi i social network). Questo movimento «contro» è stato letto come una risorsa – o una degenerazione – dei sistemi democratici «maturi», dove viene sfidata la rigidità della legittimità elettorale: in uno sviluppo ideale, le due parti dovrebbero parlarsi e stimolarsi. In due decenni, quel movimento di «sfiducia organizzata» ha conquistato e squassato la scena, mischiandosi ai populismi e di fatto paralizzando – anche passando dalle urne stesse – la possibilità di un progetto politico sostenuto da maggioranze solide.
Il processo elettorale, cardine delle democrazie rappresentative, rischia dunque di perdere valore in tre modi. Trump delegittima la competizione; Putin ne comprime gli spazi; i partiti più radicali spingono, sì, al voto ma per urlare «no» – con una rabbia che si rivela allo stesso tempo strumento e fine – più che per far avanzare una proposta alternativa di governo. A soffrirne è ciò che le Costituzioni del Dopoguerra avevano fissato quale nucleo centrale, quella volontà dei cittadini e delle cittadine di essere protagonisti attivi nella costruzione di un presente condiviso. La nostra lo stabilisce fin dal primo articolo: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Incalzata da policrisi e guerre ibride, l’Europa si appresta ad affrontare anche questa prova. La Spagna va ad elezioni anticipate il 29 novembre, la Francia sceglie il nuovo presidente in primavera, l’Italia rinnova il Parlamento nel 2027, vedremo se alla scadenza naturale o prima. Ovunque la domanda è la stessa: se le forze capaci della moderazione necessaria ai compromessi, su cui poggia ogni coalizione ma anche ogni vita individuale che sia aperta agli altri, sapranno (o no) rimotivare gli elettori senza chiamarli alla guerriglia. Oggi quel 90 per cento che si recò ai seggi nel ’46, in occasione delle prime elezioni nazionali italiane a suffragio universale (donne finalmente comprese), ci sembra quasi un’allucinazione. Così l’85 per cento delle nostre prime Europee, nel 1979. Eppure, è sempre la Costituzione, articolo 48, a rammentarci che l’esercizio del voto «è un dovere civico».
Da voti a perdere a voti da riprendere. Tocca a chi «fa» politica, certo, ma tocca anche a noi. Non per battere un colpo e scappare dalle responsabilità, bensì per tracciare un segno a matita che sia una delega positiva. La rabbia, si sa, non governa.