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 2026  ottobre 22 Giovedì calendario

Da Simenon a Capote, la “miserabile fatica” degli scrittori-cronisti

“Il giornalista è soprattutto un uomo che scrive una o due colonne su un argomento di cui non conosce neanche una parola”. Così un ingeneroso Georges Simenon nel definire il “secondo mestiere” che lo ha salvato dall’indigenza quando 16enne, già orfano di padre, mette piede in una redazione di Liegi. Per di più è Colette – a sua volta firma capace di raccontare per la stampa il Tour de France come la Grande guerra – a battezzarlo come romanziere nel 1923 pubblicando il suo primo racconto su Le Matin. Se è vero che come reporter d’assalto non fu brillantissimo, è altrettanto vero che riuscì a nobilitare la cronaca nera. Adelphi riporta in libreria I tre delitti dei miei amici, opera apparsa a puntate sul settimanale Confessions, nel quale l’autore di Maigret racconta tre tragici fatti di sangue della sua giovinezza belga: il suicidio di un pittore, l’assassinio di un ballerino, un triplice omicidio con movente passionale.
La parabola di Simenon è solo una delle innumerevoli che scandiscono, per limitarsi al 900, il rapporto tra giornalismo e letteratura. Se Benedetto Croce sentenziava che scrivere per la stampa periodica “disabitua dalla considerazione attenta e scrupolosa della verità”, Gabriele D’Annunzio la bollava come una “miserabile fatica quotidiana”. Eppure questa “miserabile fatica quotidiana” è stata per svariati romanzieri un insostituibile apprendistato di stile. È il caso di Ernest Hemingway, la cui prosa scarna nasce proprio dai suoi reportage di guerra (dalla disfatta di Caporetto allo sbarco in Normandia) per il Toronto Star e Collier’s. Arcadia pubblica in questi giorni Dal nostro inviato Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica, in Gabriella Airaldi racconta proprio la sua carriera di cronista.
La militanza giornalistica è anche una trincea civile. Basti pensare al Nobel Albert Camus, ai suoi editoriali per Combat durante la Resistenza francese e alle sue inchieste sociali sull’Algeria. Un altro Nobel, Gabriel García Márquez, fu inviato speciale e cronista in Europa e da Roma, nei primi anni 50, documentò tra gli altri il caso Montesi. Un decennio più tardi, oltreoceano, Truman Capote fonda di fatto il true crime con A sangue freddo (1966), nato da un reportage l’anno prima per il New Yorker sullo sterminio di una famiglia in Kansas.
Da noi non c’è scrittore, ieri come oggi, che non abbia collaborato con le pagine culturali dei quotidiani: dal Nobel Eugenio Montale (critico musicale) a Natalia Ginzburg (da intellettuale ebrea difese il Crocifisso nelle scuole), da Alberto Arbasino (memorabile “La gita a Chiasso” su il Giorno per sprovincializzare gli intellettuali) a Mario Soldati (pioniere del giornalismo enogastronomico), da Umberto Eco (Le bustine di Minerva su l’Espresso) ad Alessandro Baricco (tra cui una seguita rubrica su Repubblica i cui testi sono raccolti in Barnum). Un nome ineluttabile è Dino Buzzati. L’autore di Il deserto dei Tartari, firma storica del Corriere, ha raccontato i grandi drammi nazionali – dal disastro del Vajont alla strage dei minatori a Marcinelle – ma soprattutto decine di fatti di sangue elevando, al pari di Simenon, la cronaca nera a genere letterario. Sullo stesso quotidiano, tra il 1973 e il 1975, Pier Paolo Pasolini firma corsivi in prima pagina (raccolti in Scritti corsari) che, con lucidità profetica, hanno raccontato la mutazione antropologica (la moda dei capelli lunghi, la scomparsa delle lucciole, la corruzione del potere denunciata con l’incisivo “Io so ma non ho le prove”). Leonardo Sciascia impronta la sua collaborazione ai giornali con lo stesso rigore: sostiene l’autenticità delle lettere di Moro, si batte per l’innocenza di Tortora e di Sofri. Nel 1987 firma sul Corriere il controverso articolo sui “professionisti dell’antimafia”. Anche Alberto Moravia, oltre alle sue numerose corrispondenze di viaggio e a una storica rubrica di critica cinematografica su l’Espresso, interviene con prese di posizione civili come quella contro la rincorsa al nucleare. Se Goffredo Parise da inviato racconta la Cina e New York, le guerre in Vietnam e nel Biafra, Anna Maria Ortese, dopo avere descritto la miseria della Napoli del dopoguerra e la condizione degli oppressi, firma nel 1997 un articolo sul Giornale mai antologizzato nelle raccolte postume nel quale invocava pietà per il boia nazista Priebke. Tutta un’altra storia i giornalisti di professione che si sono improvvisati romanzieri, sempre visti con sospetto nell’uno come nell’altro campo: da Corrado Augias a Oriana Fallaci.