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 2026  ottobre 22 Giovedì calendario

Julianne Moore parla del suo rapporto con il cinema

C’è una donna di età indefinita, in una cittadina del New Jersey, che entra in un piccolo teatro per sostenere un’audizione. L’ultima volta che ha cantato era nel coro della scuola, ma qualcosa la spinge a riprovarci. Sale sul palco, dove poco prima si è esibita una grande professionista. Quando comincia a cantare con la sua voce esile, il regista la osserva con un pizzico di cattiveria. Lei è Julianne Moore, lui Paul Giamatti. È l’inizio di una trasformazione che racconta il mestiere dell’attore e, prima ancora, il bisogno umano di trovare una comunità a cui appartenere. Julianne Moore porta alla Festa di Roma The debut, diretto dal regista e collega Jesse Eisenberg, in sala dall’1 gennaio 2027 con I Wonder: un film che, con lei, viaggia già tra i favoriti all’Oscar. L’abbiamo incontrata all’Hotel St. Regis di Roma.
Che cosa ha ritrovato di sé in questa donna e nel suo percorso?
«Il bellissimo copione mi ha toccato nel profondo, mi ha fatto riflettere sul perché faccio questo strano mestiere e su quanto possa essere significativo creare, insieme agli altri, qualcosa che esiste solo nell’immaginazione. Jesse durante le riprese mi ripeteva di ricordare che cosa c’è in gioco. Nei film vediamo persone rapite, asteroidi che stanno per colpire la Terra. Ma nella vita di tutti i giorni i drammi sono altri. Essere bloccati nel traffico, arrivare tardi al lavoro, avere paura che qualcuno ci lasci, litigare con una sorella. Sono situazioni che conosco bene, perché fuori dal set faccio una vita normale, prendo la metro. Mi piaceva raccontare questi piccoli conflitti emotivi, il desiderio di appartenere a qualcosa, di cantare una canzone, di capire».
Le ha ricordato i suoi inizi?
«Il mio primo spettacolo fu alle scuole medie, You’re a good man, Charlie Brown, ero la ragazzina dai capelli rossi che di solito non compare in scena. Ma l’insegnante voleva dare una parte a tutti, così mi fece sedere su una panchina a mangiare un panino. Ero così terrorizzata che non riuscivo a mandarlo giù. Fu la prima volta che scoprii quanto il corpo possa diventare estraneo quando sali su un palco, proprio come succede a Mona».
Mona cambia anche attraverso il personaggio che mette in scena.
«Jesse mi ha affidato due ruoli. Da una parte c’è Mona, una donna insoddisfatta della propria vita che decide di cambiarla e trova uno scopo e una comunità a cui appartenere. Dall’altra c’è Miss Danielle, il personaggio che Mona incarna nel musical. All’inizio non è neppure un vero personaggio, è Mona che impara a costruirlo. Diventa uno di quei personaggi secondari dei musical che a un certo punto hanno un grande numero tutto loro. Volevo rendere omaggio alle grandi donne del teatro musicale, come Liza Minnelli, Patti LuPone e Chita Rivera. Questa complessità in un film così gioioso è entusiasmante».
Ha rivisto qualche musical?
«No, ma ho studiato molte foto di Liza Minnelli, specie per l’aspetto di Miss Danielle. Volevamo che i capelli avessero una forma precisa. È anche una metafora della costruzione di un personaggio. Durante le prove ci sono momenti in cui è tutto un disastro, continui a tentare cose che non funzionano. Poi, a forza di rifinire, finalmente arrivi da qualche parte».
Mona è una donna che si sente invisibile nella vita quotidiana.
«Credo riguardi tutti: quando le persone parlano di invisibilità, in realtà parlano di come si sentono. Non si sentono viste, rappresentate per ciò che sono, si sentono vuote. Quando ti senti così, significa che hai disperatamente bisogno di un cambiamento, di uno scopo. Abbiamo bisogno di una comunità, una strada da seguire».
C’è stato un momento della carriera in cui si è sentita invisibile?
«Il lavoro dell’attore è un po’ come la gig economy, l’economia dei lavori occasionali. Come attore sei felice soltanto quando sai quale sarà il tuo prossimo lavoro. E quando inizi hai tutte le probabilità contro. Ci sono molti più attori che ruoli disponibili. Sappiamo tutti che cosa significhi avere la sensazione che non succederà più niente, che potresti semplicemente sparire. Ma noi continuiamo a farlo nonostante tutto, gli alti e bassi e l’incertezza. Siamo dipendenti dalla sensazione che proviamo quando recitiamo».
E nella vita?
«Quando sei bambino certe cose non ti abbandonano mai. Io cambiavo spesso casa. Mio padre era nell’esercito e quindi ci trasferivamo continuamente. Quella sensazione di essere sempre la nuova arrivata non mi ha mai abbandonata. So che cosa significhi arrivare in un posto dove non conosci nessuno, non sapere come orientarti, non avere amici, non avere nessuno con cui sederti a pranzo. I miei figli mi dicevano sempre: “Mamma, lo sappiamo, parleremo con il bambino nuovo, sì”».
Esperienze che restano dentro.
«Sì. Da adulta ti rendi conto che continuano ad accadere. Qualcuno può essere nuovo in un posto di lavoro, in una città, in un Paese. Bisogna esserne sempre consapevoli, cercare di includere gli altri. Perché la sensazione di essere esclusi da qualcosa è potentissima e nessuno vuole sentirsi lasciato fuori».
In che modo diventare attrice ha cambiato la sua vita?
«Me ne ha regalata una meravigliosa. Relazioni bellissime, uno scopo, tanti interessi. Ho viaggiato moltissimo e incontrato un’infinità di persone creative. È stata davvero una vita straordinaria. E tutto questo solo perché un insegnante, quando ero a scuola, mi disse che avrei potuto fare l’attrice».