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 2026  ottobre 22 Giovedì calendario

Quanto costa la «diseconomia» dello spreco alimentare

«Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere» recita un vecchio proverbio. Oggi dovremmo aggiornarlo: al contadino non far sapere cosa facciamo con le pere che ha prodotto. Fine settembre: è proprio il loro momento. Andiamo dal fruttivendolo. Sui banchi troviamo l’Abate Fetel. Ne acquistiamo 1 chilo a 4,99 euro. Sono 4 pere che mettiamo nel portafrutta. Passano i giorni e ahimè una rimane lì: matura troppo, marcisce e finisce nella spazzatura. Peccato, certo. Ma in fondo, pensiamo, abbiamo buttato poco più di un euro, neanche il costo di un caffè al bar. 
In realtà il prezzo della pera non rappresenta il suo costo vero. Per produrla sono serviti terra, acqua, energia, fertilizzanti, prodotti fitosanitari, macchine agricole e lavoro. Poi è stata raccolta, selezionata, conservata, confezionata, trasportata, esposta nel punto vendita e infine portata a casa. Ogni passaggio utilizza risorse e genera costi. È qui che prezzo e costo si separano. Il prezzo è ciò che paghiamo alla cassa. Il costo reale comprende anche le risorse necessarie per produrre quel cibo e gli effetti che produzione e consumo hanno sull’ambiente, sulla salute e sulla società. 
Costi che non compaiono sullo scontrino, ma non per questo scompaiono: qualcuno, prima o poi, li paga. Quando la pera marcisce, il costo aumenta ancora. Quel frutto ha perso la sua funzione essenziale, nutrirci, ed è diventato un rifiuto organico da raccogliere, trasportare e trattare. Potrà trasformarsi in compost o biogas, ma anche questo processo richiede impianti, energia e risorse. Ai costi sostenuti per produrre e distribuire un alimento che nessuno ha mangiato si aggiungono quelli per recuperare ciò che ne resta. Intendiamoci, nessuno compra una pera pensando di buttarla. Lo spreco nasce da piccoli gesti: acquistare troppo, programmare poco, conservare male, preparare porzioni eccessive. 
Sommati diventano una gigantesca diseconomia: oltre 13 miliardi di euro lungo la filiera italiana. Prevenire lo spreco non è dunque soltanto una scelta ambientale o etica. È economia nel suo significato originario: oikos e nomos, amministrare la casa. Prima del PIL vengono la nostra dispensa e il nostro frigorifero, l’economia domestica. Il proverbio va proprio aggiornato: oggi sarebbe meglio non far sapere al contadino quante delle sue pere buttiamo, perché chi le produce sa bene quanto costa farle arrivare sulle nostre tavole. Siamo noi ad averlo dimenticato.