Corriere della Sera, 22 ottobre 2026
Marco Montorsi parla di sé, della sua carriera, di medicina
Ci sono professioni che si scelgono e altre che «ti» scelgono. Marco Montorsi è nato con il camice bianco. Questione di Dna. E non solo.
Luminare della chirurgia, è rettore emerito dell’Università dell’Humanitas, il suo ospedale. Una famiglia milanese (e interista) con radici emiliane. Modenesi, meglio: di Maranello. «Anni fa chiamavano mio padre e altri medici della zona i chirurghi della Formula Uno».
Il primo intervento non si scorda mai.
«Una appendicectomia d’urgenza durante i primi turni di guardia in Pronto Soccorso da neo specializzando; allora la curva di apprendimento partiva spesso da lì».
Il suo maestro?
«Il professor Giuseppe Pezzuoli, allora direttore della Clinica chirurgica della Università di Milano. Ho avuto la fortuna di entrare nella sua équipe nel 1980, appena dopo il suo arrivo a Milano dalla Università di Padova e restare con lui fino al suo pensionamento nel 1990. Era un uomo straordinario con una lucidità di pensiero e una eleganza del gesto chirurgico invidiabile e, al tempo stesso, una apertura verso le innovazioni che ci ha trasmesso. Sono stati anni meravigliosi in cui ho costruito il mio futuro sia professionale sia umano e relazionale specie verso i pazienti, dei quali Pezzuoli aveva un rispetto assoluto. Senza retorica, un maestro di chirurgia ma anche di vita. Io mi sono ritrovato spesso, specie in momenti difficili, a domandarmi cosa avrebbe fatto il professore... mi ha aiutato molto».
L’operazione più difficile?
«Ne ricordo parecchie, in diversi settori della chirurgia digestiva. Tra queste una pancreasectomia in un giovane paziente, tecnicamente molto impegnativa; intervento durato parecchie ore ma poi andato bene. Quando si completano con successo questi interventi si apprezza a pieno la bellezza del nostro mestiere, fatta di un mix di soddisfazione personale e gratitudine del paziente che è sempre il più bel regalo che un chirurgo possa ricevere».
Un paziente a cui è rimasto legato?
«Sono diversi, in genere quelli operati di patologie oncologiche o complesse ai quali l’intervento ha ridato la speranza e la qualità di vita. Ricordo in particolare una paziente che ogni anno, nella data dell’intervento, mi manda una bellissima lettera ringraziandomi per averle regalato un altro anno di vita».
Un padre e due fratelli medici: quanto pesa un cognome importante?
«Un peso no, semmai un privilegio che richiede un grande impegno per onorarlo. Poi è evidente che portare un cognome noto può garantire un’attenzione iniziale. Ci sono tuttavia anche svantaggi tipo quello che chiamo il pregiudizio del “raccomandato”: anche in presenza di un talento cristallino, molti potrebbero attribuire i successi del giovane medico esclusivamente all’influenza della famiglia. La mancanza di un “diritto all’errore”: un errore commesso da un giovane medico viene archiviato come parte della curva di apprendimento. Lo stesso errore commesso dal “figlio d’arte” rischia di essere ingigantito e usato per attaccare la reputazione della famiglia. Quindi: restare umili, lavorare sodo».
Un consiglio di suo padre mai dimenticato?
«Due in particolare: “Ricordati di dire al tuo malato quella quota di verità che ritieni sia in grado di comprendere; mai togliere del tutto la speranza. E aiutati con un sorriso: non costa nulla ma fa tutta la differenza del mondo”».
Rettore all’Humanitas. Come si trasmette il sapere?
«I nove anni di rettorato sono stati un’esperienza straordinaria. Ho vissuto in prima persona la nascita e la crescita dell’università: abbiamo puntato su una forte integrazione con la pratica clinica e su un modello di apprendimento attivo. Il Campus di Humanitas – inaugurato nel 2017 alla presenza del presidente della Repubblica – offre proprio molti vantaggi legati anche alla vicinanza dell’ospedale e del nostro IRCCS, un centro di ricerca con laboratori in cui avviene la contaminazione fra i clinici e i ricercatori. Aver voluto poi i corsi di medicina in lingua inglese ha permesso di creare un ecosistema vibrante e internazionale».
Collaborate anche con altri atenei?
«Sì, c’è il Corso Med Tech con il Politecnico di Milano che ha appena laureato i primi medici-ingegneri. E ora, con l’Università Bocconi, è partito un Corso di laurea magistrale su Analisi dei dati e Intelligenza artificiale nelle Scienze della Vita (DAIHS). E non dimentichiamo l’importanza delle tecniche di simulazione: oggi i nostri studenti e specializzandi hanno la possibilità di provare ed esercitarsi in un luogo sicuro e senza rischi per i pazienti sia sulle tecniche chirurgiche che nell’affrontare gli scenari più complessi e sfidanti».
Che cosa ne pensa delle fiction televisive sul mondo degli ospedali? Sono realistiche?
«Non mi appassionano, forse perché la realtà che ho avuto modo di vedere e sperimentare di persona talvolta supera la fantasia».
Come è cambiata la chirurgia negli ultimi anni?
«Moltissimo: lo sviluppo e la precisione delle tecniche di imaging radiologico hanno rivoluzionato la diagnostica preoperatoria consentendoci di porre diagnosi più precise, interventi mirati, scomparsa delle laparotomie esplorative. Le continue scoperte di nuovi farmaci, specie in oncologia, hanno riscritto i principi di trattamento. Ora la chirurgia non è l’unica arma a disposizione ma viene sempre più integrata nel percorso terapeutico che comprende chemioterapia e radioterapia. Addirittura assistiamo a risultati straordinari con scomparsa di alcuni tipi di tumore solo con queste terapie al punto da non rendere più indispensabile il nostro intervento».
Dai chirurghi tuttofare a superspecialisti di organi/malattie.
«Oggi la chirurgia si sta super specializzando; le motivazioni sono legate da un lato allo straordinario sviluppo e ampliamento delle conoscenze e tecniche che hanno reso molto difficile poter stare al passo su tutte le patologie chirurgiche e dall’altro la nozione ormai dimostrata (ho pubblicato un libro proprio su questa tematica) che i risultati – specie della chirurgia più complessa come quella di pancreas, esofago e retto – sono nettamente migliori nei centri in cui si fanno più interventi».
Chirurgia e nuove tecnologie: dalla mininvasiva alla robotica e all’AI.
«Dalla introduzione della chirurgia mini-invasiva agli inizi degli Anni ’90 abbiamo assistito a una rivoluzione delle tecniche e delle tecnologie come l’approccio robotico, fino all’integrazione delle tecnologie di Intelligenza artificiale nel processo di diagnosi e cura. Se prendiamo ad esempio le malattie colonrettali, oggi quasi il 90% delle resezioni sono condotte con un approccio laparoscopico o robotico».
Perché si fa fatica a reclutare nuovi chirurghi?
«Al di là di alcune motivazioni quali una maggiore attenzione al bilanciamento tra lavoro e vita personale, rischio del contenzioso medico-legale e un livello retributivo ritenuto non adeguato all’impegno professionale richiesto, abbiamo il dovere di rispondere all’entusiasmo di chi sceglie di fare il chirurgo, dopo sei anni di Medicina, offrendo, durante la specializzazione in Chirurgia generale, percorsi formativi di qualità che garantiscano tutte le competenze necessarie al mestiere e il raggiungimento di un numero adeguato di interventi chirurgici indispensabile per assicurare autonomia operativa e sicurezza al neo-specialista sotto costante tutoraggio e con riscontri costruttivi. È un nostro compito e glielo dobbiamo garantire: ne saranno ampiamente ripagate le future generazioni».
La medicina cos’è: professione, vocazione, missione?
«Un po’ tutte le tre cose insieme, nel senso che ci deve essere un giusto mix. Gli anglosassoni riassumono l’essenza della medicina con tre parole: knowledge, passion and compassion!».