Corriere della Sera, 22 ottobre 2026
Fotografava i nomi degli indagati per i clan, autista dei giudici arrestato con un avvocato
La comodità. È sempre quella che frega.
In grande, la comodità di essersi fatti in un autonoleggio di Pero (Milano) una sorta di «banca ombra» per compensare le fatture false degli operosi imprenditori evasori fiscali lombardi con i contanti raccolti da efficientissimi cinesi nella propria comunità, e dirottarli su wallett di criptovalute su conti esteri di mezzo mondo, al concorrenziale costo di una commissione tra il 2% e il 5% per il servizio «parabancario» (illecito) effettivamente reso da questo gruppo di malavitosi vicini a ’ndrangheta, camorra e «quarta mafia» foggiana: 30 arrestati ieri per associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione mafiosa, riciclaggio internazionale, frodi fiscali, bancarotte e traffici di droga.
In piccolo, la comodità di farsi recuperare mesi fa da un dipendente del Tribunale addirittura la prova cartacea di essere nel mirino dei magistrati: cioè la pagina stropicciata stampata nel dicembre scorso dal registro degli indagati con i nomi (in quel momento segreti) appunto di «quegli» indagati divenuti ieri arrestati (16 in carcere, 14 ai domiciliari) e destinatari di un sequestro di 21 milioni.
È così che, fra i 30 arrestati dal gip Luca Milani (tre pure in Spagna e Svizzera), il 56enne Domenico Bruno, autista dell’Ufficio dei Giudici delle indagini preliminari del Tribunale di Milano, dove ancora nessuno ha saputo ricostruire attraverso quali ordini di servizio avesse negli anni assunto mansioni così delicate come la gestione dei beni in sequestro sul Fondo Unico Giustizia, è finito ai domiciliari accusato dai pm Grazia Colacicco e Pasquale Addesso degli «accessi abusivi» al sistema informatico giudiziario e delle «rivelazioni di segreto» richiestigli da uno dei ritenuti referenti (Giuseppe Piscioneri con Paolo Pelaggi) di cosche della ’ndrangheta crotonese, attraverso un mediatore molto particolare come l’avvocato di tanti processi di ’ndrangheta Rocco Romellano (ora ai domiciliari), che poi per gli inquirenti avrebbe appunto veicolato gli esiti: in particolare l’elenco degli indagati proprio di questa inchiesta al momento del 9 e 18 dicembre 2025.
A quel punto, nella ricostruzione della Finanza, Piscioneri corse a Segrate a casa di Pelaggi, e, insieme, sulla piattaforma di comunicazioni criptate Signal avvisarono il terzo vertice della «banca», Luigi Mercadante, esponente del clan di camorra dei Casalesi finito ieri in carcere con loro, inviandogli una fotografia della pagina stampata dal registro degli indagati.
L’estate scorsa l’autista non era invece stato arrestato (ma solo indagato per «truffa allo Stato» e «falso» con l’aggravante dell’«agevolazione mafiosa») quando, in altra indagine di altri pm, era emerso che avesse quasi svincolato dal Fondo Unico Giustizia un milione di euro (bloccati appena in tempo) a beneficio di un ‘ndranghetista già favoreggiatore della latitanza di un importante boss calabrese.