Corriere della Sera, 22 ottobre 2026
Un’Europa con troppi egoismi
L’Europa è in stand by, in modalità di attesa, e non potrebbe essere altrimenti. Se ci si limita a citare solo i Paesi col maggior peso politico, si aspettano i risultati delle elezioni in Spagna (a novembre) e in Italia, Francia, Polonia, nel prossimo anno. E si aspetta di vedere se l’AfD, l’estrema destra tedesca, perderà la spinta che oggi ha prima che, in Germania, si tengano le elezioni politiche (previste fra tre anni). Se quella spinta non si esaurirà, le prospettive diventeranno cupe: si rischieranno, a un tempo, la fine dell’Unione europea e sviluppi illiberali nelle democrazie di tutta Europa.
Si tratterà di contare, calcolatrice alla mano, quanti elettori, nelle gare elettorali nazionali, avranno scelto partiti antieuropei (e filo russi), di destra o di sinistra, e quanti invece avranno optato per partiti che difendono la cooperazione fra gli Stati europei. I cittadini votano per le più diverse ragioni. Ma qualcosa accomuna gli elettori dei partiti anti-europei e filo-russi: ragionano come Trump e come Putin. Manifestano lo stesso disprezzo per il diritto delle singole persone a scegliere liberamente il proprio destino. Che cosa sta dietro all’idea che sia auspicabile un mondo diviso in zone di influenza? C’è la convinzione che le persone non abbiano diritto di decidere da chi e come essere governate. Per Trump come per Putin è assurda la pretesa degli ucraini di avere voce in capitolo sul futuro del loro Paese.
È anche l’idea dei filorussi europei. Si consideri la nota tesi secondo cui è stata la Nato, espandendosi ad Est, che ha minacciato la Russia suscitandone la legittima reazione. Per chi la sostiene è irrilevante che i cittadini di quei Paesi anelassero a ottenere la protezione militare della Nato. Eppure dovrebbe essere evidente perché per quei cittadini fosse così importante. Erano stati costretti, per oltre un cinquantennio, a vivere nel paradiso socialista, sotto il dominio sovietico. Temevano, come è poi avvenuto, che riprendesse vigore l’imperialismo russo. Ma per i nostri filorussi la volontà e le aspirazioni dei popoli dell’Est contavano e contano meno di zero. Al massimo, per i filorussi, se davvero quei cittadini avevano voluto i propri Paesi nella Nato, ciò era dovuto alla «falsa coscienza»: erano stati manipolati e ingannati dagli imperialisti occidentali. Che differenza c’è fra questo modo di pensare e quello di Trump e Putin? Per gli uni e per gli altri la democrazia liberale è un imbroglio, prima ce ne sbarazziamo e meglio è. Si consideri l’atteggiamento dei filorussi sulla guerra ibrida scatenata dalla Russia contro l’Europa. Per lo più negano che essa sia in atto. Se non riescono a negarlo, allora sostengono che anche gli occidentali la pratichino nei confronti della Russia. L’affermazione è bizzarra (e rivelatrice). La guerra ibrida russa si serve di molti strumenti, ma uno dei principali è dato dall’ingerenza nei processi politici dei Paesi dell’Europa occidentale. È una ingerenza resa possibile dal fatto che quelle occidentali sono società aperte e quindi penetrabili e influenzabili. Come potrebbero gli occidentali fare altrettanto in Russia? Lì non ci sono processi elettorali (veri) che si possano condizionare dall’esterno. È la differenza che corre fra le società aperte, di democrazia liberale, e le società chiuse, rette autocraticamente. Perché i filorussi non vedono la differenza? Perché, dal loro punto di vista, società aperta, democrazia liberale, sono parole vuote dietro cui si nasconde il dominio oligarchico (i superricchi, il capitale finanziario, quello digitale, eccetera). Per i filorussi, la (sedicente) democrazia degli europei e l’autocrazia russa sono varianti dell’autoritarismo. Con la differenza, che va a vantaggio della Russia, che la sua autocrazia non è ipocrita, non finge di essere ciò che non è. Gli occidentali godrebbero di libertà che i russi non hanno? Sono, per i filorussi, fanfaluche, bugie. È perché considerano le guarentigie liberali solo finzioni che i filorussi approvano l’orientamento illiberale dei partiti per cui votano. La partita in Europa è fra coloro che difendono i principii della democrazia liberale (e li difendono perché attribuiscono valore alla libertà di scelta delle singole persone) e coloro che li combattono perché considerano quella libertà di scelta una illusione oppure – come è tipico della mentalità autoritaria – una fonte di confusione e di disordine.
Fatta la conta dei voti, nei vari Paesi europei, sapremo di quante difese disporremo ancora, nelle nostre democrazie, contro le pulsioni e le tentazioni illiberali. E sapremo anche quale futuro attenda l’Unione europea. A proposito della quale si può concludere con un’osservazione. Sappiamo cosa vogliono i fautori del «no» all’Europa. Forse non c’è altrettanta chiarezza su ciò che vogliono i non ostili all’Unione. Di solito, li si chiama «europeisti» ma ciò può indurre in errore. Il termine europeista è usato, per lo più, per indicare chi è a favore di una integrazione sempre più stretta fra gli europei anche, eventualmente, a scapito dei vari interessi nazionali come tradizionalmente intesi. Ma nella realtà, le cose sono più complicate. I non ostili all’Europa non sono necessariamente «europeisti» nel senso indicato. Vogliono la cooperazione sì, ma solo se e quando la ritengono compatibile con i rispettivi interessi nazionali. Ad esempio, la Germania di Merz punta al riarmo tedesco (non a un riarmo europeo), la Francia – anche senza Le Pen presidente – non cederebbe mai all’Unione il suo seggio permanente all’Onu. Gli altri, Italia compresa, hanno lo stesso atteggiamento. Limitiamoci a dire che se vinceranno i non ostili all’Europa, la cooperazione fra gli europei continuerà e, magari, se gli elettorati gradiranno e se saremo fortunati, si approfondirà in certi settori particolarmente vitali. Con i tempi che corrono sarebbe già tanto.