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 2026  ottobre 21 Mercoledì calendario

Savino rompe il silenzio della Cei: "Piazze tradite da pochi incappucciati"

Alla collera di piazza i vescovi francesi hanno risposto con un appello a non ignorare il malessere mentre quelli italiani non sono ancora intervenuti ufficialmente. La Chiesa transalpina richiama alla pace e alla responsabilità di fronte ai disordini nelle città. Una nota dell’episcopato denuncia saccheggi, devastazioni e aggressioni, manifesta vicinanza alle vittime e a chi ha danni durante le proteste. Ma la condanna della violenza non significa ignorare il malessere sociale che alimenta le mobilitazioni: occorre piuttosto trovare forme di confronto in grado di affrontare le difficoltà senza alimentare l’odio e le divisioni.
«A Lourdes LeoneXIV aveva ricordato ai vescovi francesi che non si rende un buon servizio alla laicità dello Stato tacendo e ritirandosi di fronte a situazioni di contrasto – osserva il canonista don Filippo Di Giacomo -. In Italia invece l’episcopato non è riuscito a sintonizzarsi con il Paese. Per esempio la Chiesa ambrosiana, attraverso la rete degli oratori, aveva sempre garantito l’educazione poi però per paura di confrontarsi con la realtà, non è riuscita a impedire che una città solidale come Milano diventasse un salotto per gaudenti senza misericordia». Prende ora posizione il vescovo Francesco Savino, vicepresidente Cei: «Centinaia di migliaia di giovani hanno attraversato pacificamente le città italiane e l’indomani si è parlato solo di sassi, torce, bombolette urticanti e agenti contusi – afferma a La Stampa -. Le poche persone che si sono coperte la faccia in piazza hanno zittito la quasi totalità. Chi adopera la forza per imporre una protesta ha già abbandonato il terreno della democrazia prima di incontrare qualunque divisa o partecipare a qualsiasi corteo». E aggiunge il vescovo: «Il volto coperto contraddice la natura stessa di un atto politico perché la politica comincia quando una persona mette il proprio nome, la propria faccia, su quello che dice e su quello in cui crede». Prosegue il vicepresidente Cei: «La grammatica dell’insulto questi ragazzi l’hanno imparata dagli adulti perché da anni mostriamo loro che chi pensa diversamente va trattato come un nemico e che aggredirlo con le parole procura applausi e consenso. Chiedere mitezza a un diciassettenne in un ambiente dove la mitezza viene trattata come debolezza resta una richiesta onesta soltanto se chi la formula comincia davvero da sé stesso». Dice il presule: «Un sasso scagliato contro una persona è il tentativo di ferire un corpo umano e chi lo lancia lo sa nell’istante in cui alza il braccio a prescindere dall’età e da qualsiasi altra variabile. Chi lancia una pietra consegna la propria causa alla cronaca nera e il proprio nome a un fascicolo e lì rimane. Minorenni fermati avevano in tasca bombolette urticanti. Un oggetto di quel genere non si trova addosso per caso, lo si compra, lo si nasconde e lo si porta fuori di casa: l’ira del branco e il gesto premeditato sono cose differenti. Chi in piazza copre il proprio volto esercita sugli altri manifestanti la censura più violenta. Una deriva che va condannata senza confonderla con il malessere sociale e la legittima protesta».