corriere.it, 21 ottobre 2026
Scaffali vuoti: blocco dei Tir ma anche crollo della produzione agricola
C’è una concomitanza di eventi (negativi) che sta mandando in crisi il mercato alimentare in Italia. Non bastasse la protesta degli autotrasportatori partita dal Sud ma i cui effetti stanno risalendo la penisola, contaminando anche la grande distribuzione del Nord, un secondo fattore sta complicando la situazione: i prezzi alla fonte di alcuni principali prodotti agricoli sono crollati, determinando un calo della produzione. Un nefasto «allineamento di pianeti» che provoca aumento dei prezzi al consumo e disincentivi a produrre da parte delle aziende agricole. Su questa analisi concordano le tre principali organizzazioni degli agricoltori italiani (Coldiretti, Cia e Confagricoltura).
Le rilevazioni di Ismea segnalano, nel settembre 2026, una diminuzione del 3,5% dei prezzi agricoli all’origine rispetto a un anno prima. Macroscopico il crollo che riguarda l’olio di oliva (-42%), la frutta (-11,4%), il vino (-11,3%). A fronte di questo dato, Ismea registra un aumento dei costi di produzione medio dell’8,4%. Insomma: chi produce cibo spende di più e incassa di meno. E nel percorso dal campo allo scaffale i prezzi possono più che quadruplicare.
Rialzo dei costi e anche cambiamenti climatici hanno contribuito a far precipitare la produzione agricola in molti settori. A Mantova gli ettari coltivati a mais sono stati nel 2026 25.000 contro i 60.000 di appena cinque anni fa. Sono così venuti a mancare 3 milioni di quintali di cereali. La raccolta di alcune qualità di frutta in Sardegna è diminuita del 40% e del 43% la raccolta delle olive. E ancora: Coldiretti segnala un calo della produzione di latte del 20% mentre in provincia di Pavia la raccolta del riso potrebbe registrare un segno meno di pari misura. Stesso trend si prevede per la produzione di olio di oliva per la campagna 2026-27. Non va meglio nel comparto ortofrutta dove Unioncamere parla di volumi in calo tra il 40 e il 70% per alcune tipologie di prodotti.
Siccità e meteo estremo, costi di produzione, concorrenza e importazione da parte di mercati esteri sono indicati dalle associazioni di categoria come le cause principali del cortocircuito per cui conviene sempre meno produrre cibo made in Italy