corriere.it, 21 ottobre 2026
Intervista a Lorenzo Suraci
Il prossimo anno Lorenzo Suraci festeggerà 40 anni da patron di Rtl 102.5. Classe 1952, origini calabresi e una vita trascorsa nel profondo nord, negli anni Settanta lascia l’Università per affiancare lo zio, direttore dell’Inps di Bergamo, che nel tempo libero fa l’agente teatrale e gira l’Italia in cerca di ingaggi per le orchestre.
Una gavetta iniziata presto.
«Nella vita ho sempre avuto fame, mai stato con le mani in mano. Al liceo vendevo il giornalino studentesco, arrivato a Bergamo dalla Calabria ho preso a vendere libri. I miei genitori lavoravano in Posta, tre figli maschi da crescere e da far studiare, le possibilità erano quelle che erano. Da primogenito ho tirato la carretta. I miei fratelli si sono laureati, io sono stato un po’ la pecora nera della famiglia. Mio padre mi voleva ingegnere e invece andavo in giro di notte con le orchestrine. È stata dura fargli capire che anche quello era un lavoro».
Come le venne l’idea di aprire una discoteca, il Capriccio di Arcene?
«I primi anni come agente teatrale ero sempre in viaggio e d’estate tornavo in Calabria a organizzare le feste di piazza, lì mi sono fatto un’esperienza pazzesca. Un giorno incontro a Torre Boldone un mio vecchio compagno delle scuole medie, l’architetto Giancarlo Tebaldi. Gli racconto del mio lavoro, gli dico che conosco un impresario edile e gli propongo di aprire una discoteca. Così siamo partiti e ci siamo inventati prima la discoteca e poi la radio. Le sedi di Rtl di Cologno Monzese e Roma sono state disegnate da Tebaldi e sono ancora attualissime. Oggi purtroppo non c’è più, è mancato ad appena 51 anni».
Poi arrivò la radio.
«Si ricorda di Radio Zeta e della discoteca Studio Zeta? Erano amici e concorrenti al tempo stesso. Ho pensato di comprare una radio anche io. Era il 1987 ed eravamo in pieno Far West. Segnali che si perdevano, frequenze che si accavallavano fra loro, così ho cercato di capire come il problema fosse risolvibile tecnicamente, e ho intuito che la soluzione era ottenere un’unica frequenza su tutto il territorio nazionale. Ho battuto l’Italia in lungo e in largo per acquisire le frequenze ed è stata la mossa giusta, l’elemento scatenante del nostro successo».
Superate i sei milioni di ascoltatori al giorno. Come si diventa l’emittente più seguita d’Italia?
«Una volta ottenuta la frequenza unica abbiamo iniziato a far conoscere 102.5 e siamo stati i primi a sperimentare la radiovisione, che ci ha fatto entrare nelle case degli italiani. Il segreto è un po’ questo, oltre ai contenuti, all’informazione e all’intrattenimento, tutti elementi che ho voluto far crescere uscendo dalla logica delle prime radio private che erano più che altro dei juke box. Ad esempio, ci siamo inventati le notizie sulle condizioni del tempo, con collaboratori in tutta Italia che facevano anche i corrispondenti per le notizie locali e la mattina ci dicevano com’era il clima nelle loro città. Una radio vicina alla gente, realizzata con il contributo dei nostri ascoltatori».
Pensa che le trasmissioni in diretta abbiano fatto la differenza?
«Eccome. Il sabato trasmettevamo in diretta dal Capriccio, che in questo modo si è fatto conoscere su tutto il territorio nazionale, ad Arcene arrivavano i pullman dalla Calabria, dalla Puglia, dal centro Italia. Ci siamo inventati il Crazy Club, la diretta notturna, quando la notte non c’era in giro nessuno. Una scommessa vinta. E siamo stati i primi a fare 24 edizioni al giorno del giornale orario».
Chi le piacerebbe avere nella squadra di Rtl 102.5?
«Sono anni che abbiamo nomi importanti. È stato con noi Vespa, ora abbiamo Giacalone, Giletti e Severgnini. Ho sempre stimato dj Albertino, mi sarebbe piaciuto ingaggiarlo ma non avevo le possibilità economiche. Sono orgoglioso del vivaio di giovani creato con Radio Zeta. Con me lavorano i miei figli, ma considero parte della famiglia anche tutti i ragazzi cresciuti professionalmente attorno alla radio, molti dei quali sono ancora con noi».
Che futuro immagina per la radio?
«Spotify l’ha data per morta già qualche anno fa. Eppure siamo ancora qui. Certo oggi siamo di fronte all’esplosione delle piattaforme multimediali, sono cambiate le nostre abitudini, ci sono i social. Covid e guerre che non finiscono più ci hanno aperto gli occhi su una realtà che è completamente mutata rispetto a qualche anno fa. In ogni azienda bisogna fare sempre meglio, pensare a investimenti più oculati. La nostra concorrenza oggi è il mondo digitale, che si colloca sul mercato con la prepotenza e la forza della novità, ma resto ottimista».
La sua soddisfazione maggiore?
«Pagare a fine mese tutti i 250 stipendi. I primi anni abbiamo fatto grandi investimenti, poi siamo riusciti ad avere una gestione accorta, che ci permette di stare tranquilli».
Giornata tipo?
«Mi sveglio alle sei e me la prendo con comodo. Vivo alle porte di Bergamo, mi metto in viaggio quando in autostrada c’è meno traffico. Prima delle dieci sono in ufficio, a Cologno, e alle sei ritorno a casa. Niente più lavoro a oltranza, però in auto ascolto sempre la radio».
Se sente qualcosa che non funziona alza il telefono?
«Assolutamente sì. Sono molto presente. D’altronde la radio ce la siamo costruita così. Giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza ci siamo inventati un modello».
Par di capire che non si ferma mai.
«Mai. Mi fermerò quando me ne andrò al Creatore, solo allora sarà finita»