Corriere della Sera, 21 ottobre 2026
La carriera di Nelson macchiata a Napoli
Horatio Nelson definiva Napoleone Bonaparte «astuto mascalzone». E a quel «mascalzone» il 21 ottobre 1805, da ammiraglio della Royal Navy, inflisse la più cocente delle sconfitte in una delle più importanti battaglie navali della storia, quella di capo Trafalgar (Spagna) in cui Nelson stesso trovò la morte. Scontro magistralmente ricostruito da Gastone Breccia in Trafalgar. La battaglia navale (Einaudi) e da Antonio Martelli in La lunga rotta per Trafalgar (il Mulino). La «vittoria più grande e definitiva per l’Inghilterra e anche per sé stesso», scrive Rosa Maria Delli Quadri nell’avvincente Nelson, appena uscito per i tipi della Salerno.
Nelson aveva già affrontato Napoleone in mare, all’epoca impegnato nella campagna d’Egitto. E lo aveva sconfitto tra la sera del 1° e la mattina del 2 agosto 1798 ad Abukir, in quella che è passata alla storia come la battaglia del Nilo. In seguito, Nelson fu mandato a Napoli a difendere la corte borbonica insidiata dai rivoluzionari del ’99. E qui secondo molti tra i suoi biografi – ad esempio Terry Coleman in Nelson. L’uomo che sconfisse Napoleone (Mondadori), Robert Southey in Victory. Vita di Nelson (Il settimo libro), Ernle Bradford in Horatio Nelson. L’uomo e l’eroe (Mursia) – commise un misfatto che avrebbe macchiato indelebilmente il suo profilo biografico: firmò, a seguito di un processo sommario, la condanna a morte dell’ammiraglio Caracciolo. Un ammiraglio mitico che, dopo aver scortato nel dicembre 1798 il «suo» re a Palermo, tornato a Napoli si era unito ai rivoluzionari.
Ma torniamo a sei anni prima. Nelson era già stato a Napoli nel ’93 ai tempi dell’assedio di Tolone, roccaforte della Francia rivoluzionaria. L’ammiraglio Hood l’aveva mandato nella capitale partenopea a chiedere rinforzi. Fu in quell’occasione che conobbe la città e una celebre coppia di suoi connazionali: Emma e William Hamilton. Chi erano? La ragazza, Emma Lyon – secondo Flora Fraser in Lady Emma. Da Londra a Napoli, vita di un’amante nell’età delle guerre napoleoniche (Mondadori) ma anche Sandro Castronuovo in Una lady napoletana. Emma Hamilton nelle due Sicilie (Altrastampa) —, era stata nella primissima gioventù londinese una prostituta. Per diventare poi la mantenuta di Harry Featherstonehaugh, un bellimbusto senza grandi doti che l’aveva abbandonata, incinta, e non aveva voluto saper nulla del figlio nato dalla relazione. La giovane madre, quindicenne, era stata accolta dall’onorevole Charles Francis Greville che le diede altri tre figli. Greville, non essendo in grado di mantenerla, aveva pensato di affidarla allo zio, l’ambasciatore inglese a Napoli William Hamilton. Hamilton, cinquantaseienne, rimasto vedovo da qualche anno, aveva compensato la scomparsa della moglie con una grande dedizione alle arti, alla vulcanologia e all’archeologia. Emma, all’epoca ventunenne, su sollecitazione di Greville aveva chiesto all’ambasciatore per lettera (1786) di essere accolta nella sua villa per quello che, scriveva, avrebbe dovuto essere solo «un breve periodo di soggiorno». Emma si propose all’illustre diplomatico come un’ospite discreta, promettendogli di «restare sempre in camera quando» lui fosse stato «occupato in cose più importanti». La sua missione, in breve, era quella di tener compagnia all’anziano zio di Greville e di fare in modo, nella misura del possibile, che il nipote ne ricevesse l’eredità. La convivenza durò cinque anni. Emma non rimase come aveva promesso nella sua stanza. E il rapporto tra i due sfociò, nel 1791, in un matrimonio.
In virtù di quelle nozze, Emma fu ammessa a corte dove strinse amicizia con la regina Maria Carolina diventando una sua confidente. Si era fatta ammirare per le doti di cantante. Anche se, a Johann Wolfgang von Goethe – come si legge nel Viaggio a Napoli, 1787 (Intra Moenia) – la «graziosa bella inglese» apparve come una «creatura senz’anima» dedicatasi al canto pur senza avere nel modo più totale né «estensione» di voce né «fascino». Non le mancava però un certo fiuto politico in virtù del quale, qualche anno dopo l’inizio dell’amicizia, seppe intercettare l’ansia vendicativa della regina alla cui sorella i rivoluzionari francesi avevano tagliato la testa nel 1793. L’illustre sorella era Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, ghigliottinato anch’egli nel gennaio di quello stesso anno.
Nelson, come si è detto, aveva conosciuto Emma in quello stesso ’93 e se ne era invaghito. La ritrovò quando tornò a Napoli nel ’99 omaggiato e quasi venerato come «eroe del Nilo». Rispetto a sei anni prima era invecchiato, aveva perso un occhio e un braccio. Ma il suo prestigio era alle stelle. Ed Emma, con la complicità del consorte, ne divenne l’amante. Di più, quasi la moglie ufficiale. Anche a lui avrebbe dato una figlia (anzi due, ma la seconda morì poco dopo la nascita).
Napoli al tempo del ritorno di Nelson era in ebollizione. Ferdinando IV con la moglie e gli Hamilton sulla nave di Nelson scortata da Caracciolo si rifugiarono a Palermo. Nelson era con loro ma non aveva altre navi per muovere all’attacco della flotta francese. Intanto a Napoli nei primi giorni del ’99 infuriava la Rivoluzione. I giacobini, scrive Delli Quadri, «non si sentivano affatto la quinta colonna delle armate francesi né gli attori inconsapevoli di una rivoluzione passiva importata». Al contrario, «si consideravano già depositari di una tradizione da conservare e alimentare». La Repubblica napoletana era nata «contro il volere del Direttorio, grazie alle sue stesse armi e non doveva sembrare il frutto solo dell’intervento dell’armata francese». Per questo s’era costituita prima dell’arrivo del generale Championnet che della Repubblica partenopea sarebbe stato dittatore dal 23 gennaio al 24 febbraio del 1799 (quando fu richiamato in patria e tratto in arresto). La rivoluzione napoletana durò fino al mese di giugno allorché le truppe sanfediste guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo riconquistarono la città. Si diffuse subito la notizia che il cardinale, «convinto che l’uso sapiente del perdono avrebbe spezzato il fronte repubblicano», avrebbe voluto risparmiare la vita ai leader sconfitti. Mentre Nelson, d’accordo con il re e influenzato da Emma, pretendeva il più ampio ricorso alla pena di morte. L’11 giugno il «Corriere del mezzogiorno» pubblicò un articolo dal titolo Ruffo vuole trattare. Il Re «Clemenza mai» in cui Nelson veniva descritto come «soggiogato dalla bella amante (nonché amica della regina) Emma Lyon moglie dell’anziano ambasciatore inglese». Un’immagine, scrive Delli Quadri, che gli resterà attaccata addosso per il resto della vita. E segnerà la strada «a interpretazioni che andranno quasi sempre in questa direzione».
La verità era – secondo Sebastiano Angelo Granata in Ferdinando di Borbone. Un monarca complesso, assoluto protagonista del suo tempo (Salerno) – assai diversa. Se si può parlare di differenza d’opinioni, la divisione era tra il re che pretendeva punizioni esemplari e la regina che lungo il corso degli eventi aveva oscillato tra clemenza e fermezza ma adesso era favorevole a una politica più morbida. Di riconciliazione. Su una sola cosa si mostravano entrambi inflessibili: il destino di Caracciolo. Nei confronti di quell’ammiraglio che, scriveva Maria Carolina, «conosce tutte le cale e i buchi di Napoli e Sicilia, e potrebbe molto molestare, anzi mettere la sicurezza del re in pericolo», si doveva ricorrere al massimo della pena.
E qui veniamo alla «macchia» nella biografia di Nelson. L’ordine di impiccagione di Caracciolo fu firmato effettivamente da Nelson il 29 giugno a bordo della sua fregata che, dopo la vittoria del cardinale Ruffo, aveva riconquistato il porto di Napoli. Caracciolo veniva mandato a morte per la ribellione «contro il suo legittimo sovrano», in particolare «per aver fatto fuoco contro la fregata di sua maestà siciliana La Minerva». La sentenza doveva essere eseguita impiccandolo al pennone di prua della Minerva, da un reparto scelto sotto il comando di Giuseppe de Thurn, ammiraglio austriaco in servizio presso la Marina borbonica. Alle cinque di quel pomeriggio stesso. L’ordine era di farlo restare appeso lì fino al tramonto prima di tirare giù il corpo e gettarlo in mare.
Ma non era stata la passione di Nelson per la moglie dell’ambasciatore ad aver portato a quella decisione, scrive la storica, «né le fantasiose pressioni della regina». E «men che meno un suo eventuale risentimento personale». Caracciolo aveva preso parte attiva alle vicende repubblicane e sulla sua colpevolezza non c’erano dubbi. Così come non ve n’erano, da parte sua, sul destino che i Borbone gli avrebbero riservato in caso di cattura. A questo punto spettava a Nelson, come comandante in capo di tutta la flotta ancorata al porto di Napoli, «la convocazione della corte marziale presieduta da Thurn e composta da altri cinque ufficiali scelti tra i più anziani della squadra navale napoletana, tenuto conto, probabilmente, del grado ricoperto dall’accusato». Si trattava di un militare e, come tale, «doveva essere giudicato da militari che avrebbero (pare) raggiunto il verdetto a maggioranza (quattro voti contro due)».
Per quanto effettivamente assai poco garantista, prosegue Delli Quadri, la procedura, basata sulle norme vigenti napoletane, rispecchiava il pensiero del sovrano. E Nelson, come aveva messo in chiaro in passato, era perfettamente d’accordo con il re Ferdinando sul trattamento sommario da adottarsi con gli ammutinati, perché convinto che in tali circostanze fosse meglio agire con decisione e prontezza. In quel momento, forse l’attesa dell’arrivo di Ferdinando gli avrebbe risparmiato polemiche vive ancora oggi che, ricorda Delli Quadri, vedono in lui «un traditore, esaltato dagli avvenimenti, stregato da Emma e desideroso di dare un suo contributo personale alla vendetta borbonica».
Più realisticamente si può dire che aveva commesso un errore di giudizio politico piuttosto che morale. Ciò che avrebbe portato «a un’identificazione tra lui e il desiderio di vendetta del re». La sua posizione in quella situazione era spiacevole ma in circostanze del genere non avrebbe potuto fare altro dal momento che non aveva nessuna influenza e nessun controllo sulle decisioni del re. Perciò non lo si può considerare responsabile «degli impeti della politica del regno». Non era un giudice né un prete e non era stato tra quelli che avevano condannato Caracciolo come mette in evidenza l’avvocato e biografo inglese Walter Sydney Sichel. Il suo compito era quello di riportare i Borbone a Napoli e rimetterli sul trono nonostante il suo personale fastidio per gli affari napoletani e per il modo «tortuoso» con cui venivano gestiti.
Quello che è sempre stato considerato un tradimento da parte di Nelson, oltre a non aver nulla a che fare con la seduzione della Hamilton, «andava piuttosto ricondotto a esigenze di ordine generale all’interno delle quali i suoi comportamenti recitano una parte alquanto secondaria». Come noterà peraltro Ugo Foscolo, vent’anni dopo gli eventi, in Scritti sulla Repubblica Napoletana (La città del sole). Il quale Foscolo sottolineerà che l’origine della disgrazia dell’ammiraglio inglese era insita «nel diritto assuntosi dalle potenze belligeranti di interferire con posizioni nel governo interno di Stati stranieri». Un sistema che sarebbe stato adottato «come base del diritto internazionale europeo».
A dare una tinta macabra all’intera vicenda si aggiunse un episodio che ha dell’incredibile. Caracciolo come si è detto era stato impiccato e il suo corpo era stato gettato in mare alla fine di giugno. Il 1° agosto, il re, tornato a Napoli, volle festeggiare il primo anniversario della vittoria di Nelson nella battaglia del Nilo. La squadra inglese e le navi siciliane furono illuminate e Ferdinando fece sparare ventuno salve dal castello e dalle navi in onore di Nelson. Mentre era in corso la festa – il racconto è tratto da una lettera del re alla regina rimasta a Palermo – era riaffiorato dalle acque il cadavere di Caracciolo che prontamente ripescato dai marinai era stato portato al cospetto del sovrano. Poi qualcuno aveva sollevato la testa con tanto di cappio al collo e lo aveva ricoperto di improperi. Ferdinando, scrive Delli Quadri, «raccontava l’episodio addirittura euforico e quasi soddisfatto per quell’azione oltraggiosa nei confronti del morto». Ma subito dopo passava ad altro e informava la consorte che il gran numero di brindisi gli aveva provocato una indigestione. Talché la mattina dopo si sentiva tutto «abbottato».