Corriere della Sera, 21 ottobre 2026
L’impervia salita delle donne italiane
«Anche l’atto di porre una scheda nella piccola urna, per nominare gli amministratori collettivi della grande città o del paesello, può essere un atto di eleganza morale. Senza esagerare la portata dei ludi cartacei, comunali e provinciali, non è il caso di svalutarli: la donna può portarvi un contributo di sagacia e di probità serena, disinteressata, tranquilla e fervida, più che nell’ambito delle vere e proprie elezioni politiche». Così scriveva Margherita Sarfatti, la «musa del Duce» su Gerarchia, la rivista politica fascista, nel 1925. Giorni in cui Mussolini faceva una delle promesse che avrebbe tradito: «Il mio governo s’impegna a concedere il voto a parecchie categorie di donne partendo dal campo amministrativo». Nel 1913, del resto, lei stessa aveva già entusiasticamente raccontato su La Lettura delle battaglie delle suffragiste inglesi. Eppure quando 80 anni fa, novembre ’46, le donne romane poterono infine votare per la prima volta dopo l’abolizione delle elezioni comunali del ’26, l’intellettuale per anni amante, consigliera e agiografa col libro Dux del dittatore prima di espatriare non tornò per votare. Né l’avrebbe fatto, per i biografi, neppure dopo il rientro definitivo in Italia. Peggio: nel libro È colpa mia. Mussolini come l’ho conosciuto, scritto a Buenos Aires nel 1946 ma pubblicato in Italia da PaesiEdizioni solo mesi fa, non c’è una sola riga in cui la Sarfatti nomini il voto alle donne, le rivendicazioni suffragiste, i diritti dell’universo femminile. Men che meno, al di là delle gelosie sui rapporti tra Benito e le altre donne, un solo cenno su come lui vedeva il loro ruolo nella società. Visione espressa nell’intervista a Ludwig del 1932: «La donna ha da essere passiva! È analitica, non sintetica. Ha mai fatto architettura in tutti questi secoli? Ditele: “Costruiscimi una capanna, non un tempio”. Non ne è capace. È estranea all’architettura, alla sintesi di tutte le arti: questo è un simbolo del suo destino! La mia concezione del suo ruolo nello Stato si oppone a ogni femminismo. Naturalmente non deve essere una schiava, ma se concedessi loro il diritto di voto, mi deriderebbero. Nel nostro Stato non deve contare». Ottanta anni dopo aver ottenuto il voto, la classifica mondiale delle donne in Parlamento vede l’Italia al 60º posto. Sessantesimo! Dopo Paesi come Ruanda, Cuba, Costarica, Angola, Senegal, Guinea...