Corriere della Sera, 21 ottobre 2026
Intervista ad Andrea Riccardi
Andrea Riccardi, la pace pare essere diventata fuori moda.
«È così. Mi fa impressione che molte persone ora considerino la guerra un fatto inevitabile, quasi necessario. E se ne parla con tranquillità».
Il riarmo, le spese per la difesa, le minacce di un presidente americano.
«Questo mi sconvolge profondamente: la guerra sembra essere stata riabilitata come normale strumento di soluzione dei conflitti».
Eppure, quarant’anni fa, un grande evento religioso infuse una speranza nuova.
«Papa Giovanni Paolo II compì un gesto destinato a cambiare la storia: invitò ad Assisi, il 27 ottobre 1986, i leader delle grandi religioni mondiali a pregare per la pace. Era la prima volta nella storia. Io c’ero».
E rievoca l’evento con i suoi retroscena nel libro «Quel giorno ad Assisi». Che cosa ha rappresentato quello «spirito» per la modernità?
«Un nuovo linguaggio nella fraternità delle religioni, ma anche un messaggio: le religioni hanno un forte legame intrinseco con la pace».
Cosa che la storia, purtroppo, ha smentito spesso.
«Ma l’intuizione di Wojtyła era proprio questa: quelli erano gli anni della Guerra fredda, di Chernobyl e della minaccia nucleare. Era convinto che quell’incontro non dovesse essere un confronto tra fedi diverse, ma una sorta di “cantiere” di discussione in grado di disarmare la pace».
I sovietici erano contrari.
«Sì, perché allora la pace era un forte strumento di propaganda per l’Urss».
Qualche perplessità venne espressa anche dall’allora cardinale Ratzinger.
«Temeva il sincretismo, una fede ridimensionata a un simbolismo religioso nella quale “Cristo e Krishna sono intercambiabili”, scrisse».
Com’era Ratzinger?
«Colto e rigoroso. Lui voleva fare davvero il Papa, senza le influenze del Vaticano».
Molto difficile.
«Infatti rinunciò. E il suo successore, Bergoglio, dopo l’elezione a pontefice nel 2013, mi disse: “Preghi per me. Ma spero che non abbia pregato perché diventassi Papa”».
Il primo incontro con Francesco.
«Nel 2005 a Roma, ci presentò Matteo Zuppi, all’epoca parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere. Però poi lo rividi in Argentina, dove lui era arcivescovo di Buenos Aires e mi colpì una cosa: il suo studio era minuscolo, molto più ridotto rispetto a quello del suo predecessore».
Un ricordo di Wojtyła.
«Una cena a Castel Gandolfo. Il Papa voleva andare a tutti i costi nei Balcani, ma erano anni turbolenti e il suo consigliere cercò di dissuaderlo. Allora vidi Wojtyła diventare paonazzo. Batté un pugno sul tavolo e gridò: “E allora ci andrò da solo”».
Anticomunista convinto.
«Una volta, parlando con lui, osservai che il Partito comunista italiano era diverso dagli altri. Lui tacque per un attimo, poi rispose, freddo: “La facevo più intelligente”».
Tra i meriti di Giovanni Paolo II c’è anche quello di aver operato una forte distensione con la comunità ebraica.
«Nel suo testamento Wojtyła ha ricordato due soli nomi: il rabbino Toaff e il suo segretario personale».
Nel 1968, in piena rivoluzione culturale, lei fonda a Roma la Comunità di Sant’Egidio.
«La sensazione era quella di poter cambiare il mondo. La mia generazione ha avuto il privilegio di poter immaginare un futuro più giusto».
E un poco, il mondo, lo avete cambiato. Per esempio avete portato la pace in Mozambico.
«Il Paese era lacerato dalla guerra civile che ha lasciato un milione di morti: il governo filosovietico contro la guerriglia armata dal Sudafrica. Con Matteo Zuppi decidemmo di andare a vedere con i nostri occhi. Capimmo che era la guerra a fare la povertà».
E come vi siete mossi?
«Trovammo una sponda nel vescovo Gonçalves, parente del capo dei ribelli. In precedenza avevamo combinato un incontro tra lui e Berlinguer, a Roma. Sa, all’epoca il Partito comunista italiano aveva peso. Enrico mandò a Maputo suo fratello Giovanni».
Lei nel Sessantotto da che parte stava, con gli studenti o con i poliziotti?
«Con gli studenti. Io sono nato nel 1950, ero molto giovane, ma mi sentivo parte della contestazione».
Ragazzo nato a Roma da una famiglia laica e liberale, come nacque in lei l’interesse per il mondo cattolico?
«Dalla frequentazione delle periferie. Ci accorgemmo che tanta gente viveva nella povertà più profonda, specie nelle grandi città, e questo da sempre alimenta la paura».
Perché la pace oggi è passata di moda?
«Perché viviamo in un’epoca in cui i grandi sistemi si sono dissolti, il potere è sempre più invisibile ma capillare e si sta facendo strada una visione della guerra che la accomuna a una specie di gioco».
Un esempio.
«Nella sua autobiografia Harry d’Inghilterra racconta di aver ucciso 25 persone in Afghanistan e di averli visti non come esseri umani, bensì come “pedine in una scacchiera”. Capisce quello che ci tocca sentire?».
In un libro-dialogo con Edith Bruck lei afferma che, in aggiunta, tanti testimoni della guerra sono ormai scomparsi.
«Ho sempre vissuto in un Paese sicuro della sua pace, nonostante le fasi di crisi. Non è stato così per le generazioni precedenti. Per esempio, mio nonno è stato fatto prigioniero a Caporetto nel 1917 e portato in Germania; mio padre ha combattuto la guerra in Albania nel corpo di occupazione italiana, è stato fatto prigioniero in Germania, è tornato a casa che quasi non lo aspettavano più».
Coloro che hanno davvero vissuto la guerra come un orrore non ci sono più.
«È quasi scomparsa una generazione che aveva vissuto così a fondo la guerra da mantenere un’aspirazione forte alla pace. Oggi è diverso, non siamo sicuri della nostra pace, cosa che nel mondo occidentale non capitava nemmeno durante la Guerra fredda».
E da tempo ormai viene messa in discussione la cultura dell’accoglienza, voi di Sant’Egidio lo sapete bene.
«Le faccio un esempio. Nel 1975 il Mozambico divenne indipendente. I portoghesi vennero mandati via. Ma in tal modo vennero a mancare medici al Paese. Mandela, allora, capì che far restare i bianchi – cioè le minoranze – in uno Stato “arcobaleno” era la scelta giusta».
La Comunità attiva i cosiddetti «corridoi umanitari» per i profughi.
«Progetti con i quali si cerca di evitare le tragedie dei barconi che affondano. Arrivati in Italia, i profughi sono accolti a spese delle associazioni vicine alla Comunità in strutture o case. Viene insegnato loro l’italiano, i loro bambini vengono iscritti a scuola, li si aiuta a cercare lavoro».
Da dove arrivano (o sono arrivati) in prevalenza?
«Da diversi Paesi, dalla Siria a Gaza».
La Comunità ha anche trattato il rilascio di diversi ostaggi italiani nel mondo.
«Ricordo un’operazione molto pericolosa per liberare degli italiani nelle mani dei guerriglieri colombiani».
Una volta in cui lei ha davvero avuto paura?
«In Africa. Era una missione delicata e noi dovevamo viaggiare a bordo di un traballante aereo guidato da un pilota non troppo esperto».
Se li ricorda i Girotondi per la pace organizzati da Nanni Moretti?
«No. Pensavo ad altro».
Nelle ultime elezioni del presidente della Repubblica è stato fatto con insistenza il suo nome.
«Mi è sembrato un fatto alquanto irrealistico».
Però lei è stato ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione nel governo Monti.
«Un ministero che da allora non è più stato istituito».
Che esperienza è stata?
«Mi ha arricchito molto. Ho avuto modo di toccare con mano non solo le emergenze internazionali, ma anche i tanti dossier interni sull’integrazione, che dovrebbero essere esaminati con attenzione».
Perché viviamo in una società multietnica in cui il lavoro degli immigrati è importante?
«Non lo dico io, lo dicono gli economisti».
Rifarebbe il ministro?
«Quell’esperienza è stata importante, pensi che mi avevano proposto di fare il ministro dell’Istruzione ma avevo risposto di no».
Perché?
«Perché ero sicuro che nell’altro incarico avrei potuto dare di più».
Per chi ha votato l’ultima volta?
«Perché dovrei rispondere?».
Per cortesia.
«Ho votato un partito che oggi non rivoterei».