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 2026  ottobre 21 Mercoledì calendario

Hegseth da Netanyahu a una settimana dal voto

Ne ll’ultima settimana di campagna elettorale gli incontri clandestini restano segreti al massimo per ventiquattro ore. Quante hanno resistito i portavoce di Benjamin Netanyahu prima di confermare che «sì, il primo ministro ha visto Pete Hegseth, il segretario alla Difesa». L’americano preferisce usare il titolo segretario alla Guerra e di guerra avrebbe parlato con il premier israeliano: il vertice è stato allestito nella base dell’aviazione militare Uvda, tra le rocce ocra del deserto del Negev, e lo sfondo è servito a rafforzare i proclami bellicosi elargiti da Bibi. Che domenica ha anche parlato con il presidente Donald Trump: «Siamo determinati a completare la missione fino all’eliminazione del regime iraniano», ha ripetuto ieri all’inaugurazione dell’anno accademico in un’università verso il confine con il Libano, uno dei fronti inconclusi nella sua guerra permanente.
Così il confronto con gli ayatollah entra in campagna elettorale, come temeva l’opposizione. Le minacce ribadite dal premier, il rischio di una rappresaglia preventiva ordinata dai pasdaran, spingono Eyal Zamir, il capo di stato maggiore israeliano, ad alzare il livello di allerta e a cancellare le libere uscite previste per i soldati nei giorni attorno alle elezioni, le urne aprono martedì alle 7 del mattino. Anche l’agognato (da Bibi) sostegno pubblico espresso da Trump tre giorni fa aveva toni marziali: «Dovete eleggerlo, è un primo ministro guerriero. Ne ho bisogno».
Forse perché era ed è tra i meno favorevoli all’operazione contro Teheran, il vicepresidente JD Vance si è invece rifiutato di dare la sua benedizione: «Io riservo i miei interventi in favore dei candidati americani, non mi intrometto nel voto israeliano». In realtà, la scorsa primavera aveva fatto campagna per un leader straniero ed era volato in Ungheria per dare una spinta, insufficiente, a Viktor Orbán. Il numero due alla Casa Bianca resta sospettoso verso Netanyahu e di sicuro preferirebbe che gli Stati Uniti non rimanessero immischiati troppo a lungo in Medio Oriente.
La consacrazione dispensata da Trump non ha per ora spostato le scelte degli israeliani, valutano i sondaggi più recenti. Il Likud guidato da Netanyahu continua a calare, ma l’opposizione non riuscirebbe a mettere insieme i seggi per formare la maggioranza. I calcoli degli analisti si concentrano sul ritiro di Benny Gantz dalla corsa, i suoi voti dovrebbero andare a Gadi Eisenkot, il principale avversario del primo ministro più longevo nella storia del Paese con un ventennio al potere. E sull’affluenza tra gli arabi israeliani: anche il semplice aumento della partecipazione può alzare, in termini assoluti, il numero di schede necessario per entrare in parlamento. La soglia di sbarramento è fissata al 3,25% e potrebbero rimanere fuori piccole formazioni dell’estrema destra. Il blocco che sostiene l’ex capo di stato maggiore andrebbe al governo – secondo le stime – solo con l’appoggio esterno degli arabi. Che per ora dicono di non volere accettare.
Netanyahu sa di dover tenersi stretti i sostenitori, indignati dalle concessioni agli ultraortodossi: in luglio la coalizione di estrema destra ha votato una legge che congelava gli arresti dei giovani impegnati nelle scuole rabbiniche renitenti alla leva e il premier promette ai partiti degli haredim esenzioni ancora più ampie, se dovesse venire rieletto. Il Mago – come lo chiamano i fedelissimi – ieri ha camminato sulla fune dell’equilibrista: all’aeroporto la polizia militare ha arrestato per diserzione una quarantina di studenti religiosi appena tornati da un pellegrinaggio, una mossa gradita alla destra che presta il servizio obbligatorio nell’esercito. Allo stesso tempo Bibi – in un segnale agli alleati ultraortodossi – ha condannato i fermi.