Domenicale, 18 ottobre 2026
Il segretario e le lettere francesi
L’esistenzialismo, Sartre e Beauvoir sono ormai immagini sfocate, cui pochi si interessano ancora. Eppure questa coppia ha dominato a lungo la vita culturale e a volte politica della Francia. Persino De Gaulle, quando gli avevano suggerito di perseguitare Sartre, aveva obiettato: «Non si può mettere in prigione Voltaire». Se ne riparliamo adesso non è per contestare questa rimozione collettiva, immotivata quanto la fama che l’ha preceduta, ma per ricordare qualcuno che, dopo essere stato accolto in quel potente cenacolo, si è accorto di cosa nascondeva e ha avuto il coraggio di denunciarlo e di andarsene: Jean Cau.
Pensando che il miglior modo per diventare uno scrittore fosse vivere vicino a un autore famoso, Jean Cau si era proposto come segretario a una serie di celebrità. Montherlant, Malraux e Gide non l’avevano preso in considerazione. Sartre invece l’aveva convocato, pur non sapendo bene, come del resto Cau, cosa fosse un segretario e cosa potesse farsene. Come segretario – «mai titolo fu più comicamente portato» – aveva cercato di arginare il disordine e la prodigalità di Sartre. Smistava le visite, allontanava i seccatori, proteggendo «il più gentile, il più semplice, il meno atteggiato, il meno puttana degli uomini». Per farlo, arrivava ogni mattina nella casa della mamma del filosofo più radicale del momento, che continuava a dormire nella sua stanza di adolescente. Spesso facevano colazione con quella madre bellissima, cui Sartre assomigliava così poco, pur essendole legatissimo. Malgrado se ne fosse staccato, Sartre non avrebbe mai smesso di affascinarlo. Gli piaceva la sua determinazione a non possedere nulla. Apprezzava la prodigalità con cui, al momento di pagare il conto nei ristoranti e nei caffè, estraeva dalle tasche un grosso rotolo di banconote, insistendo per pagare il conto.
Non so come siano i romanzi di Jean Cau, ma è impossibile paragonare queste magnifiche pagine agli stentati romanzi di Sartre e Beauvoir che si erano spartiti con un’altra coppia più ortodossa, Aragon-Triolet, l’egemonia sulla cultura francese. Sono dei ritratti unici, scritti con una verve e un’intelligenza ineguagliabili. In questo libro imperdibile si incrociano personaggi come Coco Chanel e Faulkner, Pompidou e Queneau, Lacan e Camus. A spingerlo ad allontanarsi dalla Gauche era stato un amico che, dopo avere lodato un suo libro, gli aveva detto: «Ho letto il tuo romanzo. È bello, ma dovresti fare attenzione, c’è qualche passaggio di destra». Un’osservazione che l’aveva fatto insorgere, spingendolo ad analizzare gli infiniti meccanismi di controllo di quel gruppo di intellettuali così rigorosamente schierati. Il suo addio alla sinistra non era stato tormentato, anzi era stato talmente allegro da spaventare i militanti. Quel distacco, liberandolo da ogni genere di pastoia ideologica, era stato una rinascita, un’ubriacatura di libertà. Cau non si era lamentato dell’ostracismo che si era prevedibilmente abbattuto su di lui, se l’aspettava, ma aveva continuato a scrivere febbrilmente libri ed articoli. Gli piaceva scrivere sui giornali e si divertiva a misurarsi con qualsiasi argomento: «Nel giornalismo, non ci sono temi minori, ci sono solo cattivi giornalisti».
A chi gli chiedeva perché scrivesse tanto rispondeva recisamente che lo faceva «perché la mia epoca non mi assomiglia». Così erano nati tanti libri, romanzi e saggi in cui aveva cercato di delineare l’unica, possibile, solitaria forma di resistenza alla brutalità della civiltà di massa. «Politicamente non sto da nessuna parte, sto da un’atra parte, cioè in libertà. Non milito, non aderisco. Sono un avventuriero». Il suo unico snobismo era quello delle origini che aveva sempre rivendicato: il padre operaio e la madre donna delle pulizie. Era stato lui a lanciare, con una generosa prefazione, il primo romanzo del futuro premio Nobel, Patrick Modiano, figlio della sua compagna.
Il miglior ricordo, dopo la sua morte era stato quello del suo amico fraterno, Alain Delon: «Per tutta la vita questo gaullista è stato un resistente, resistendo alla sinistra sartriana da cui proveniva. Resistente alla stupidità umana che lo soffocava, al re denaro che gli dava la nausea, al regno di Mitterand che esecrava, alla destra tecnocrate che aborriva, alla decadenza generata dal mondo moderno».