Domenicale, 18 ottobre 2026
Zibaldone, esperimento ancora pieno di vita
Dell’idea di classico lo Zibaldone di Leopardi è la più fulgida rappresentazione, poiché un classico è un’opera che si propone nuova rispetto a una certa tradizione e della propria novità fa un destino, una sorta di autorigenerazione permanente. Nell’edizione che Quodlibet pubblica, con il meraviglioso commento di Franco D’Intino e Luca Maccioni (complimenti anche alla cura grafica, alla qualità della carta e all’acribia redazionale), questo destino non potrebbe essere meglio rappresentato. I due studiosi, con dottrina ed eleganza impareggiabili, e con un amore per l’oggetto di studio di cui pochi altri accademici sono capaci, vedono nello Zibaldone un laboratorio che non ha ancora finito i suoi esperimenti, e ce ne danno una dettagliata, ragionata descrizione. Le loro note costruiscono un vero e proprio archivio, l’altra faccia del tappeto leopardiano, che istruisce e affascina per la ricchezza dei riferimenti testuali, collocando la scrittura dello Zibaldone dentro l’opera complessiva attraverso l’indicazione di corrispondenze e di scambi continui.
Grandioso diario intellettuale, il testo comincia nella forma di qualche appunto poetico, come a bassa voce, e si conclude con qualche appunto di carattere soprattutto linguistico, in un sussurro. Tra questi estremi, per saggi e per divagazioni, la più vasta esplorazione del male storico che mente moderna abbia prodotto. Proprio la frammentarietà e la provvisorietà fanno dello Zibaldone un apice della civiltà europea: libro di libri; biblioteca che ragiona su sé stessa e riproduce incessantemente il miracolo della letteratura nel duplice esercizio dell’interpretazione e della creazione originale (preziosissima, in fondo al volume, l’appendice degli autori e delle opere con i quali Leopardi è entrato in contatto).
Forse solo tra i rinascimentali si troverà qualcuno che combini in sé autore e lettore tanto inestricabilmente. C’è, però, una differenza fondamentale tra Leopardi e, che so, Machiavelli e Castiglione. Quelli – per non parlare dei coevi che scrivevano in latino –, credono, citando, di poter applicare i princìpi della letteratura passata alla vita presente. Leopardi cita non in vista di ciò che sarà o dovrà essere, ma di ciò che è stato e rimane così per sempre. Per i rinascimentali la tradizione è qualcosa di vivo e attuale, per quanto antico; per lui è una dimensione mitica, dunque irrevocabile. I libri non danno consigli, non insegnano chi dobbiamo essere, ma chi fossero e che cosa pensassero gli uomini di altri tempi. I libri insegnano che qualcosa si è perduto.
Alla base di questa visione c’è un amore per l’antichità che invano si cercherebbe in altri poeti o filosofi, pur nutriti di letture classiche, con l’eccezione del tedesco Nietzsche, che infatti adora Leopardi. Il pensiero leopardiano è intimamente etimologico, perché, su qualunque oggetto si fermi, punta a riconoscere variazioni e derive. Il caso delle parole è emblematico. Le parole sono decadute; il senso originario si è impoverito; molte, addirittura, hanno finito per significare la stessa cosa, sono diventate sinonimi. Uguale il destino degli uomini. Anche loro hanno perduto senso. Ma non si pensi che Leopardi abbia degli assoluti. Anche il termine positivo, quello che vale da modello all’interno di un dato paragone, può diventare negativo se trasferito entro l’ambito di un paragone diverso.
Leopardi è un grande moralista, l’unico che la letteratura italiana possa vantare di avere. La sua condanna della modernità non respinge un’ipotesi di rinnovamento (non di rinascita, no): che l’umanità, per quanto decaduta e corrotta, acquisti la coscienza della sua vera condizione. Lui, quella coscienza, è il primo ad averla. Lui è, in una volta, la corruzione e la coscienza della corruzione. Il suo corpo debole e malato indica, come una sintesi della storia della cosiddetta civiltà, a quale infima bassura sia precipitata la storia; ma il suo spirito, che non si inganna sulle reali condizioni dell’uomo, mostra di essere già entrato in una fase superiore.
Lo Zibaldone erige un altare all’esigente culto della critica, come il commento di questa edizione Quodlibet ci aiuta a comprendere con indefettibile sicurezza. Leopardi giudica anche quando sembra solo descrivere o narrare; e il giudizio gli viene dal suo particolare sguardo, che è immancabilmente comparativo. Per lui esiste sempre un termine positivo, implicito o no, espressione di una pienezza atavica perduta e irrecuperabile, rispetto a cui dover misurare qualsiasi oggetto, parola singola o letteratura o individuo o società. Il suo radicale comparativismo è una modalità del suo ancor più radicale relativismo, o se vogliamo realismo, per cui i dati vengono analizzati secondo il mutare dei contesti e del punto di vista e ricollocati via via entro nuove configurazioni concettuali.
Lo Zibaldone non è un monologo, anche se è un diario, ma un dialogo: un dialogo amichevole, che mira a infondere diletto in coloro che vi partecipano. Il pubblico ideale è fatto di giovani, la cui situazione preoccupa moltissimo l’autore. Spesso lo sentiamo lamentarsi, oltre che del suo stato, di quello della gioventù coeva e domandarsi quale avvenire le resti.
Ebbene, con lo Zibaldone mostra qualche rimedio, fornendo un modello di autodisciplina e di igiene mentale; e una protesta contro la vanità, il conformismo e l’ipocrisia, mali di allora e di sempre.