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 2026  ottobre 20 Martedì calendario

“Il valore dei libri rari? Vi spiego come si calcola”

Nel 1997 era da pochi mesi in casa d’aste quando, in un appartamento di Trastevere, scovò su uno scaffale uno dei libri più importanti nella storia della tipografia. Da allora Fabio Massimo Bertolo, filologo di formazione e oggi direttore del reparto Libri e Autografi di Finarte Auctions, fa il mestiere più delicato del settore: dare un prezzo a oggetti che sono, prima di tutto, memoria. Ne parlerà giovedì 22 ottobre alle 17 alla Biblioteca comunale Augusta di Perugia, nella conferenza Il prezzo della memoria. Libri e manoscritti tra storia, rarità e mercato. Qui racconta come si stabilisce il valore di un libro e chi sono i nuovi collezionisti.
Che cosa rende raro un libro?
«La rarità è un indice di sopravvivenza: il rapporto tra la tiratura iniziale e le copie arrivate fino a noi. La Bibbia di Gutenberg fu tirata in circa trecento esemplari e ne restano una trentina, un dieci per cento altissimo per l’epoca. Gli incunaboli uscivano in genere in tre-cinquecento copie, e alla fine del Quattrocento alcuni sfioravano il migliaio».
Ma la rarità non basta a fare il prezzo.
«No. Contano rarità, stato di conservazione e domanda, e il criterio decisivo è la domanda. Conosco cinquecentine sopravvissute in pochissimi esemplari che non valgono nulla, perché nessuno le cerca. All’opposto, a giugno abbiamo venduto la prima edizione Salani di Harry Potter: stimata 300-400 euro, ne ha fatti 1.800. Con quella cifra si compra un discreto incunabolo, o quattro cinquecentine. La proprietaria l’aveva ricevuta da bambina dal padre e non l’aveva mai letta, quindi la copia è perfetta. Ma il prezzo lo fa la domanda, incessante per tutto il fantasy, da Tolkien in giù».
E il record italiano?
«La Summa di Luca Pacioli, matematico, maestro di Leonardo, figura poco conosciuta e fondamentale nella storia del pensiero scientifico ed economico. Uscì nel 1494 in quasi duemila copie, perché i suoi corsi erano frequentati da centinaia di studenti, e oggi se ne contano più di centoventi. Non è introvabile, eppure la nostra copia è stata venduta a 530.000 euro, e all’estero ha poi superato il milione. Mi avevano chiamato per un dipinto da 20-30.000 euro; sul tavolo della biblioteca di famiglia c’era il Pacioli. Con gli altri libri ha realizzato 600-700.000 euro, più del valore della casa. In Italia si possono ancora fare scoperte, perché la gente non sa che cosa possiede».

Con gli autografi il rischio è più alto. Come garantite l’autenticità?
«Le perizie le facciamo internamente. Ho studiato filologia italiana e paleografia, ma questo non mette al riparo dagli errori. Così mi appoggio a una rete di colleghi. Qualche anno fa, davanti a un sonetto autografo di Tasso che mi sembrava buono, ho consultato lo studioso che da sempre lavora sugli autografi tassiani. La garanzia siamo noi e gli studiosi che collaborano con noi».
Che cosa cercano oggi i collezionisti?
«Sempre più spesso le lettere. Di recente abbiamo avuto le carte rimaste in casa Ungaretti, documenti straordinari. Io ho sessant’anni e di lettere ne ho scritte a centinaia, ma per le nuove generazioni la lettera è un oggetto affascinante: intimo, con la grafia dell’autore, un condensato di pensiero. Gli epistolari di fine Ottocento e primo Novecento ti fanno entrare dentro la persona. Ho collezionisti sotto i trent’anni che mi chiedono lettere dei loro autori preferiti, quasi sempre del Novecento».
Quali autori?
«Sembrerà incredibile: Gabriele d’Annunzio. La maggior parte dei collezionisti giovani che conosco arriva agli autografi attraverso di lui. Cominciano con una lettera, poi passano ai cimeli, una spilla, un oggetto. Seguono autori ormai canonici come Pasolini e Gadda, ma d’Annunzio primeggia».
Si immagina che il collezionista non apra i suoi libri.
«Era un pregiudizio anche mio, trent’anni fa. Dopo averne conosciuti migliaia, posso dire che raramente li trattano come feticci: li restaurano perché si possano aprire senza danni, e poi li leggono. C’è chi si legge l’incunabolo».
È anche un investimento?
«Si parte sempre dalla passione: altrimenti i libri non li compri. Ma un buon acquisto, fatto attraverso i canali giusti, è quasi sempre anche un buon investimento, e raramente ho visto collezioni di libri svalutarsi. In trent’anni ho conosciuto un solo caso di acquisti a puro scopo d’investimento, e non è finita bene».
Da che cosa dipendono le oscillazioni?
«Dalle mode, indotte soprattutto dalla critica. Negli anni Ottanta, con la grande mostra sul futurismo a Palazzo Grassi, i prezzi salirono a dismisura; poi vennero discesa e stagnazione, e ora risalgono. Oggi le celebrazioni per il decennale di Umberto Eco fanno salire moltissimo le sue prime edizioni. E una bella dedica può aumentare il valore di una copia del 20-30 per cento».

Il ritrovamento a cui è più legato?
«Quello del 1997. Un signore di Trastevere mi disse di aver ereditato dal padre alcune aldine. Accanto a dieci volumetti di Aldo Manuzio c’era un fascicolo non rilegato: il De Aetna di Pietro Bembo. Venti carte che hanno rivoluzionato la tipografia, con il carattere che porta il nome di Bembo e il primo punto e virgola. All’esposizione di Milano venne apposta Carlo Alberto Chiesa, il più grande antiquario librario del Novecento, e restò un’ora a spiegarmi che era uno dei dieci libri più importanti nella storia della stampa. Quel signore aveva tre figli piccoli: bastava un disegnino sui margini bianchi per rovinare tutto. In asta, fece 464 milioni di lire, il valore di tre case nel ’97. Il proprietario dovette riaprire il testamento con i fratelli».