La Stampa, 20 ottobre 2026
Il World food programme su Gaza: “In 500mila resteranno senza cibo”
Ieri il Programma alimentare mondiale ha annunciato che mezzo milione di palestinesi a Gaza resterà senza aiuti alimentari. È la prima volta, dall’inizio della guerra, che l’agenzia dell’Onu riduce l’assistenza alla Striscia per una ragione che non ha a che fare con i combattimenti, con i valichi chiusi o con i camion bloccati al confine. Il Wfp non ha più soldi. Dopo due anni di bombardamenti, a togliere il cibo a mezzo milione di persone è un foglio di calcolo.
Quest’anno all’agenzia è arrivata meno della metà del denaro che riceveva per la Palestina negli anni scorsi. Significa che da questo mese le persone assistite scendono da 1 milione e 600mila a 1 milione e 100mila, che le razioni si dimezzano, che le cucine comunitarie servono meno pasti caldi, e che nelle zone più difficili da raggiungere ci sono famiglie che mangiano un giorno sì e uno no.
Shaun Hughes, che dirige il Wfp in Palestina, l’ha spiegato chiaramente: la fame non è diminuita anche se i camion, adesso, possono entrare. Sono finiti i soldi, e quei soldi si decidono nelle capitali che finanziano l’agenzia.
Per questo l’annuncio di ieri dice più dei governi occidentali che di Gaza. Washington ha imposto la tregua dell’ottobre 2025 e si è intestata il dopoguerra con il piano Trump e il Board of peace, e nello stesso anno ha più che dimezzato i contributi all’agenzia che sfama la Striscia. Il governo del futuro di Gaza resta nelle mani americane, il costo della sopravvivenza della sua popolazione viene lasciato ad altri. L’Europa ha condannato a più riprese la conduzione della guerra e ha continuato a pagare, in misura sempre minore, senza riuscire a incidere davvero né sui valichi né sul futuro politico della Striscia. A tenere in vita la popolazione sono stati i sacchi di farina e i pacchi alimentari finanziati dai donatori, e adesso finiscono anche quelli.
Il taglio di Gaza è l’ultimo anello di una ritirata che riguarda l’intero sistema degli aiuti internazionali.
La contrazione è cominciata nel gennaio 2025, quando l’amministrazione Trump ha smantellato l’Agenzia americana per la sviluppo internazionale, e l’effetto domino si è esteso rapidamente all’Europa. Tra il 2024 e il 2025 i fondi degli Stati Uniti, primo finanziatore del Wfp, sono passati da 4.4 a circa 2 miliardi di dollari. La Germania li ha ridotti del 42%, la Francia in misura simile, il Regno Unito di quasi un terzo. Secondo l’Ocse, nel 2025 l’aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi ricchi è calato del 23%, la riduzione più forte mai registrata, quasi interamente concentrata nei cinque maggiori donatori. Il sistema umanitario internazionale si regge sui contributi volontari di un pugno di governi occidentali, e quando quei governi cambiano priorità non c’è nessuno pronto a sostituirli. Cina, Russia e India, messe insieme, coprivano meno dell’1% dei finanziamenti umanitari registrati dall’Onu.
E il vuoto lasciato da Washington e dalle capitali europee a Gaza si misura in pasti. Dentro il Wfp quel vuoto si traduce in un bilancio complessivo quasi dimezzato in un anno, dai 10 miliardi di dollari del 2024 ai circa 6.4 previsti per il 2025, e in una domanda che l’agenzia si pone ogni mese, la domanda più tragica di tutte le guerre, cioè quella che le mette in competizione: a chi togliere? Gaza adesso sta in fila con il Sudan, l’Afghanistan, il Sud Sudan e la Siria, dove l’assistenza era già passata da sei milioni di persone a uno. E per decidere contano la gravità della fame, i soldi che ci sono e le condizioni che i donatori mettono su come spenderli. Per due anni la Striscia è stata la crisi umanitaria più seguita del mondo. Oggi è tornata a essere una voce in una graduatoria, una tra tante, in un luogo dove i tagli pesano più che altrove, perché oltre agli aiuti non resta quasi niente. A Gaza quasi nessuno lavora, quasi tutti hanno perso la casa e vivono in tende o tra muri sventrati. Quando nei mercati arrivano frutta, verdura e carne, la maggior parte delle famiglie non ha i soldi per comprarle. Per tre anni il cibo, per quasi tutti, è arrivato dal Wfp. È stato l’aumento degli aiuti dopo la tregua a far uscire la Striscia dalla carestia che l’Onu aveva certificato nell’estate del 2025, e quell’uscita resta precaria. Chi riceveva i pacchi racconta che già prima bastavano a malapena e ora il taglio arriva con l’inverno, quando la pioggia allaga le tende e il cibo serve di più.
E il taglio non arriva da solo. Mercoledì scorso il Cogat, l’organismo militare israeliano che gestisce gli affari civili nei territori palestinesi, aveva fermato l’ingresso delle merci commerciali nella Striscia, accusando Hamas di imporre ai commercianti una tassa di 10mila shekel per ogni camion, che il movimento definisce un contributo volontario. Quei camion privati, secondo lo stesso Cogat, erano circa la metà di quelli che entravano. Ieri Israele ha annunciato che le spedizioni riprenderanno gradualmente, dopo che i commercianti hanno riferito che Hamas ha rinunciato alla richiesta. Per cinque giorni, però, la sopravvivenza di due milioni di persone è dipesa da una disputa tra un esercito e un’amministrazione di fatto su chi incassa sui camion. L’accordo di cessate il fuoco impone a Israele di far passare almeno 600 camion di aiuti al giorno, e secondo fonti diplomatiche sentite dalla Reuters di norma ne entrano molti meno.
La tregua di un anno fa avrebbe dovuto aprire la strada alla ricostruzione, e dodici mesi dopo, in una Striscia da cui i palestinesi non possono uscire e dove un’economia non esiste più, la discussione internazionale si è ridotta alla quantità di cibo che i donatori sono ancora disposti a pagare. Il Wfp chiede 450 milioni di dollari per arrivare a marzo, una cifra che per i bilanci dei grandi donatori è poco più di un arrotondamento, e Carl Skau, che guida l’agenzia ad interim, è tornato dalla Striscia chiedendo al mondo di non voltarsi dall’altra parte. Fino a ieri sera nessun governo gli aveva risposto.