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 2026  ottobre 20 Martedì calendario

Caso Shalabayeva, il pg della Cassazione chiede l’annullamento della condanna

Annullamento della sentenza di condanna senza rinvio a un nuovo processo per il sequestro di Alma Shalabayeva (perché il reato è da intendersi prescritto) e annullamento ma con rinvio ad un’altra corte d’appello per il sequestro della figlia di sei anni, reato invece non prescritto.
Questa la richiesta del procuratore generale della Corte di Cassazione al processo nei confronti di cinque dirigenti e funzionari di polizia condannati dai giudici della Corte d’appello di Firenze, dopo un’altalena di verdetti, per il caso Shalabayeva, la moglie dell’ex ministro Kazako riconsegnata alle autorità del Kazakistan nel 2013.
I poliziotti, tra cui il prefetto Renato Cortese, sono stati condannati a 4 anni di reclusione ma ora il procuratore generale chiede l’annullamento del verdetto del giudici di Firenze.
Il sostituto procuratore generale della Cassazione Alessandro Cimmino, ha fatto un distinguo tra i due uffici intervenuti nel caso, la Squadra Mobile e l’Ufficio Immigrazione, non ritenendo sussistente il concorso. Per l’ex capo della Squadra Mobile di Roma Renato Cortese e per i funzionari dello stesso ufficio Francesco Stampacchia e Luca Armeni ha chiesto un appello ter solo per l’accusa di sequestro di persona della figlia di Alma Shalabayeva ritenendo che non c’è prova del dolo mentre per l’allora capo dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta e per il funzionario Vincenzo Tramma è stato sollecitato un nuovo processo di appello limitatamente alle attenuanti generiche ritenendo invece sussistente il dolo. Per tutti gli imputati è stato invece chiesto il riconoscimento della prescrizione per l’accusa di sequestro per Alma Shalabayeva.
La vicenda
La Corte di Cassazione è chiamata ad esprimersi sul quarto verdetto fin qui emesso sul caso Shalabayeva: quello della Corte d’appello di Firenze che, a novembre 2025, ha condannato il prefetto Renato Cortese, oggi direttore centrale delle cosiddette Specialità della Polizia di Stato, a quattro anni di reclusione insieme ai colleghi Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma. Sequestro di persona, l’accusa rivolta ai funzionari di polizia che nel 2013 ebbero una parte nel rimpatrio in Kazakistan di Alma Shalabayeva, moglie dell’ex ministro Mukthar Ablyazov, e della figlia di sei anni.
ll mandato di cattura internazionale
Nel 2013 nei confronti di Ablyazov i giudici del Kazakistan avevano emesso un mandato di cattura internazionale. A maggio, le autorità di quel Paese segnalano la presenza a Roma dell’uomo. Ablyazov però nel frattempo ha ottenuto lo status di rifugiato in Francia e ha già lasciato l’Italia, circostanza che però non risulta nella banca dati dell’Interpol. Cortese, all’epoca capo della squadra mobile di Roma, si muove dunque sulla base di una cosiddetta “red notice”, quella che segnala la presenza di un ricercato internazionale, e guida un blitz in una villa di Casalpalocco alle porte di Roma dove però trova solo la moglie e la bambina. Alma Shalabayeva fornisce false generalità e mostra un passaporto falso. Finisce così davanti al giudice di pace che firma un decreto di espulsione. Nel giro di 48 ore la donna e la bambina vengono riconsegnate al Kazakistan e rimpatriare su un aereo privato.
Un’operazione lampo che non ha tenuto in considerazione la concessione dell’asilo alla donna e alla bambina che pure ne avrebbero avuto diritto anche se Alma Shalabayeva non ha dichiarato le sue vere generalità.
Un presunto “delitto” senza mandanti
Parte dunque l’inchiesta che apre subito il primo fondamentale interrogativo. Da chi è partito l’input del blitz a Casalpalocco? Semplice iniziativa dei funzionari. Tornando a ritroso si arriva al Viminale, allora guidato da Angelino Alfano. È lì che le autorità del Kazakistan vanno a bussare per chiedere l’arresto del latitante. Questura, Procura, giudici, si ripassa tutto l’iter che in sole 48 ore permette di consegnare al Kazakistan una donna e una bambina ma poi, come spesso accade, le responsabilità ai livelli più alti non vengono mai individuate e il cerino resta in mano a chi è stato chiamato ad eseguire gli ordini.
L’altalena di verdetti
L’inchiesta acefala porta dunque alla sbarra Cortese, Improta (che all’epoca dei fatti guidava l’ufficio immigrazione della questura di Roma) e altri tre funzionari. In primo grado, a Perugia, il tribunale decide per la colpevolezza degli imputati, verdetto ribaltato in appello. Ma la Cassazione annulla e ordina un nuovo processo, questa volta a Firenze. E qui, nonostante la richiesta di assoluzione della stessa Procura generale, la Corte d’appello a sorpresa ripristina il primo verdetto di colpevolezza, optando per la tesi di un “piano definito” che prevedeva appunto la consegna di Shalabayeva al Kazakistan, eseguita in tutta fretta con una serie di “anomalie procedurali”.