repubblica.it, 20 ottobre 2026
Svalbard, l’acqua del rubinetto non è più potabile
Continuiamo a pensarla come una risorsa infinita sempre accessibile, eppure le storie che si moltiplicano in tutto il mondo ci ricordano che non è affatto così.
L’acqua potabile, come quella che esce dal rubinetto, non solo è una risorsa che inizia a scarseggiare, ma in determinati luoghi sta ora subendo gli effetti diretti e indiretti della crisi del clima.
Succede ad esempio alle Svalbard, dove a Longyearbyen, remota cittadina norvegese, è appena stato comunicato agli abitanti che non potranno più bere acqua dal rubinetto.
Il motivo? La contaminazione da metalli pesanti che sta avvenendo a causa dello scioglimento del permafrost.
Esattamente come sulle nostre Alpi, e in generale in una Europa che si surriscalda al doppio della velocità rispetto alla media planetaria, gli strati di terreno permanentemente gelati con le temperature elevate si stanno gradualmente sciogliendo: le rocce così riaffiorano e, anche in zone che immaginiamo incontaminate come le lontane Svalbard, rilasciano metalli pesanti nell’acqua.
In questo specifico caso è l’acqua del lago artificiale, noto come Isdammen, o “stagno di ghiaccio”, un bacino che è la fonte principale d’acqua potabile della cittadina.
Longyearbyen, a poco più di 1200 chilometri dal Polo Nord, è uno dei luoghi dell’Artico dove il surriscaldamento è anche superiore a cinque volte rispetto alle medie globali: lassù il principale problema non è solo la perdita del permafrost, ma anche la geologia di questa ex cittadina mineraria. Qui infatti si trova, ad esempio, l’”oro degli stolti”, quella pirite che tanto assomiglia all’oro.
"La combinazione dello scioglimento del permafrost e del substrato roccioso di scisto, che contiene un minerale chiamato pirite sta causando la contaminazione delle riserve idriche” ha affermato Marjolaine Verret, esperta di geologia del Centro universitario delle Svalbard. Se la pirite entra in contatto con l’acqua e l’ossigeno si ossida e genera acido che “prodotto può lisciviare i metalli pesanti da queste rocce nei corsi d’acqua. Il problema che abbiamo riscontrato qui a Longyearbyen è il manganese, ma anche altri contaminanti possono essere lisciviati dalle rocce”.
La presenza di metalli pesanti nell’acqua ha obbligato il Comune ad allertare gli oltre 2600 residenti di non bere più acqua dal rubinetto: in quella potabile sono stati riscontrati valori di manganese – che può causare problemi neurologici – anche 25 volte superiori ai limiti fissati dalle istituzioni norvegesi. Oltre al manganese sono stati trovati anche alti livelli di nichel e solfati.
Di conseguenza, mentre come misura immediata è stato installato un serbatoio di acqua centrale purificata e gratuita, in futuro “dovremo studiare un sistema di approvvigionamento idrico completamente nuovo”, ha spiegato il sindaco aggiungendo come “in Norvegia abbiamo sempre dato per scontato di poter bere l’acqua del rubinetto ed è difficile iniziare a pensare di doverci trasportare l’acqua come facciamo ora. Altre piccole comunità dovrebbero essere prudenti e iniziare a pensare a cosa fare se dovesse succedere qualcosa di simile alle loro fonti idriche”.
Lo stesso, avvertono gli scienziati, potrebbe accadere in altre realtà d’Europa, ma anche in Canada, oppure in Alaska. I cambiamenti climatici, che si tratti di permafrost che si scioglie, di siccità dei terreni e successive potenti alluvioni, o di generale impoverimento delle falde acquifere, stanno già cambiando ovunque l’accesso all’acqua potabile.
Lo sanno bene in Africa, per esempio in Sudan, oppure in Cile in Sudamerica, ma anche in realtà più vicine a noi come in Francia dove dopo una estate di razionamento delle risorse idriche in autunno e proseguita la difficoltà, in determinate aree, di accesso all’acqua potabile sicura.
Il Ministero della Salute francese di recente ha parlato di approvvigionamento idrico complesso per quasi un milione di persone, mentre sono circa 83mila i residenti che tutt’ora fanno affidamento su misure di emergenza, come consegne tramite autobotti o fornitura di acqua in bottiglia.
Anche nella vicina Svizzera si è da poco tenuto un summit per via delle crescenti sostanze, ritrovate nell’acqua, considerate contaminanti chimici. Lì il 60% dell’acqua potabile, di cui l’80% proviene da falde acquifere, viene generalmente erogata senza trattamenti: negli ultimi tempi però stanno aumentando i casi di concentrazioni di contaminanti ritrovati nelle acque sotterranee tale da dover “aumentare l’impegno per la protezione delle nostre acque”.
In Colorado, negli States, nelle ultime settimane – mostrano servizi televisivi – dai rubinetti di alcune cittadine esce costantemente acqua marrone: anche qui i pozzi sono stati inquinati, per esempio da metalli e Pfas (gli inquinati eterni), a causa di vari fattori spesso legati alla crisi climatica.
L’impossibilità di avere accesso ad acqua sicura dal rubinetto riguarda 1 persona su 4, circa 2 miliardi di abitanti. Mentre la crisi del clima avanza, con gli estremi e i record che questa estate abbiamo imparato a conoscere, peggiorano i rischi per l’acqua.
Le alluvioni e le inondazioni aumentano quelli di contaminazione dei pozzi e favoriscono la proliferazione di batteri, lo scongelamento del permafrost rilascia metalli, l’innalzamento del livello del mare accresce l’intrusione salina e minaccia le fonti di approvvigionamento.
Oggi, per fortuna, come stanno già sperimentando dalla California ai Paesi Bassi, le nuove tecnologie ci permettono di lavorare sul recupero delle falde acquifere, sulla desalinizzazione, sul monitorare livelli e qualità e sul tutelare le riserve di acqua dolce che abbiamo.
Ovviamente, bisogna però investire e programmare per proteggerla, soprattutto guardando al domani: uno studio del 2024, per esempio, ci avverte che le falde acquifere a causa della crisi del clima rischiano di surriscaldarsi di oltre 2 gradi a livello globale entro la fine del secolo, modificando così la composizione chimica e alterando i rischi di contaminazione. Può succedere ovunque, anche a pochi chilometri dal Polo Nord.