la Repubblica, 20 ottobre 2026
Egitto, al Sisi prepara la successione
Rifatto a modo suo l’Egitto, Abdel Fattah al Sisi si aspetta ora di rifare anche gli egiziani. In un discorso ai cadetti dell’Accademia militare, il presidente ha annunciato che non cercherà la rielezione nel 2030, quando scade il suo mandato, che implicherebbe un’altra modifica alla Carta fondamentale: «Il Paese ha una costituzione che il popolo ha approvato per lo Stato e nessuno la toccherà», ha promesso, suscitando stupore e dubbi tra gli osservatori. Nel 2017, in un’intervista alla Cnbc, al Sisi aveva promesso che non avrebbe cercato un terzo mandato e meno di due anni dopo i suoi alleati in Parlamento fecero in modo di emendare la Costituzione per consentirgli di governare ancora. Ma questa volta, l’uomo forte del Cairo ha provato a delineare persino una successione. Nei prossimi tre anni, l’Accademia militare diventerà il centro di formazione di una nuova élite, ha spiegato, futuri leader che dovranno imparare come si governa il più popoloso degli Stati arabi. Al centro, ovviamente, l’esercito, l’istituzione che governa l’Egitto dagli anni Cinquanta e che con al Sisi ha conquistato ancora più potere, e centralità.
Nato nel 1954 in una famiglia di commercianti conservatori non radicali al Cairo Vecchio, ha fatto tutta la sua carriera nelle istituzioni militari. Modesto oratore, privo del carisma di Nasser ma anche di Sadat, al Sisi conquistò il potere nel 2013 con un colpo di stato che depose Mohammed Morsi, (di cui era ministro della Difesa), il presidente candidato dalla Fratellanza Musulmana e regolarmente eletto, morto in carcere nel 2019. Il sangue della repressione egiziana segnò il tramonto delle primavere arabe e l’inizio di un lungo inverno per le piazze del Maghreb che pure avevano sperato in un cambiamento.
L’Egitto di al Sisi si è costruito su un mix di grandi opere finanziate con soldi pubblici e fondi esteri, apertura a un certo, moderato pluralismo religioso, e repressione durissima del dissenso. Più di mille persone sono morte nelle celle egiziane fra il 2013 e i 2020, secondo il Committee for Justice di Ginevra, una voragine che ha inghiottito anche Giulio Regeni «morto come un egiziano», disse sua madre Paola. Le ong stimano che ci siano circa 60mila prigionieri politici nel Paese. Questo Egitto cambierà corso? «L’annuncio di al Sisi è un fatto enorme, se davvero riuscirà a stabilire le regole per una transizione di potere pacifica sarebbe la prima volta nella storia moderna dell’Egitto», dice Mirette Mabrouk, direttrice del programma di studi sull’Egitto del Middle East Institute.
Nei primi anni della sua presidenza, i mega progetti infrastrutturali come la costruzione di nuove città, aeroporti, musei, canali, hanno stimolato la crescita ma hanno ampliato enormemente la mano dell’esercito sull’economia senza avviare riforme strutturali. L’indebitamento e le misure di austerità hanno colpito soprattutto la classe medio bassa, aumentando il malcontento. La guerra contro l’Iran ha finito per peggiorare il quadro. «Negli ultimi quattro anni il Canale di Suez ha perso oltre 10 miliardi di dollari di entrate. Il Paese è il più grande importatore di grano al mondo: il 70% proviene da Russia e Ucraina, Paesi in guerra. Per certi versi, è sorprendente che l’economia egiziana riesca ancora a stare in piedi», dice Mabrouk.
Al Sisi si è mosso da equilibrista mantenendo buoni rapporti sia con Trump che con Putin, e tenendosi stretti gli amici arabi del Golfo, sauditi ed emiratini, che hanno pompato miliardi di dollari nell’economia egiziana. Il riaccendersi della guerra nello Yemen, però, mette in difficoltà il Cairo. La libera navigazione nello stretto di Bab al Mandeb è cruciale per gli interessi egiziani. E Mohammed Bin Salman è un alleato troppo prezioso per essere abbandonato. Ma l’Egitto non vuole rischiare di ritrovarsi in guerra con gli Houthi. Quando Pakistan, Turchia e Arabia hanno siglato il patto della Mecca, l’Egitto non ha aderito ma ha detto di valutare l’adesione. Pochi giorni fa, al Sisi ha promesso pieno sostegno ai sauditi, ma il voto del Parlamento, chiesto dallo stesso presidente, che avrebbe dovuto autorizzare l’impiego di forze a difesa di Riad, è stato rinviato. Il Cairo cammina su un filo sottile.