la Repubblica, 20 ottobre 2026
Chi c’è dietro “Italia in piazza”
Il 4 ottobre non esistevano. Tredici giorni dopo hanno portato migliaia di ragazzi nelle piazze italiane, fino agli scontri che hanno devastato il centro di Milano. Ma chi sono quelli di Italia in Piazza? Sembravano appelli senza un padre. Messaggi comparsi sui social, senza una firma, un’organizzazione, un leader. Eppure, secondo l’intelligence, chi ha acceso la miccia sapeva quello che faceva. Il meccanismo era già stato sperimentato a Ceuta: un appello sui social diventato una mobilitazione che ha messo in ginocchio la Spagna. In Italia il resto lo ha fatto il tempismo. La convocazione è arrivata mentre le immagini delle proteste dei giovani francesi rimbalzavano sui telefoni. Un effetto emulazione che ha moltiplicato le adesioni.
Il 4 ottobre compare l’account Instagram @italiainpiazza17. Il manifesto convoca la protesta del 17 ottobre, definendola una «riunione pacifica dei cittadini, sancita dall’articolo 17 della Costituzione». Sono ragazzi nati dopo il Duemila, comunicano su Instagram, Telegram e Spotify, sventolano tricolori e bandiere palestinesi. Nascono pagine territoriali a Milano, Roma, Torino e Brescia. Il passaparola raggiunge anche chi non ha mai manifestato.
Ma attorno alla spontaneità compaiono realtà già organizzate. I contenuti vengono rilanciati nelle prime ore per esempio da Erick Jara, già candidato con Milano Libera, dal movimento Nuovi italiani e da pagine come quella del Fronte rivoluzionario italiano. C’è Rinascenza, fondata nell’aprile 2020 da Alessandro Porto, movimento di rigenerazione culturale e sociale. A Monza una sua articolazione ha proposto ronde «anti maranza» con giacche antitaglio e piccoli scudi. Dà visibilità alla protesta anche il Partito dei Carc. È un miscuglio che mette insieme vannacciani e comunisti, a riprova che i contenuti in questa storia sono un optional.
I protagonisti sono soprattutto giovanissimi. A Milano il preavviso alla Questura viene firmato da un diciassettenne accompagnato dalla madre. A Roma organizzano Aura Asara e Ludovica Calvitti, due universitarie. «Ci siamo trovati a inizio ottobre sotto i commenti di un video postato su TikTok», racconta Aura. Al corteo partecipa Babydr4go, rapper italiano di seconda generazione, che pubblica canzoni su Spotify e parla ai follower su Instagram. In Fosforo Bianco canta: «Seconda generazione unita senza divisione pagherà la tua pensione». Il 17 ottobre a Roma manifesta con una sigla distinta anche Nicola Franzoni, leader no vax, già arrestato nell’inchiesta sull’assalto alla Cgil del 2021. Hanno intuito qualcosa, i professionisti della tensione, e cercando un dividendo.
Il 17 ottobre a Milano arriva quello che tutti gli organizzatori giurano di non aver previsto: la violenza. Jara, per esempio, è netto: “Io e il movimento Nuovi italiani non abbiamo alcun ruolo nell’organizzazione, regia degli scontri, delle violenze e dei disordini dai quali ci dissociamo in modo netto, fermo e totale. Non abbiamo collegamento, né organizzativo né ideologico, con il “Fronte rivoluzionario italiano” o con qualsiasi altra sigla eversiva o violenta. Ogni nostra attività politica e sociale si è sempre svolta nel pieno rispetto delle leggi, delle istituzioni e dei principi democratici”.
Il riferimento è a quello che le manifestazioni sono diventate. Gli scontri, bombe carta, transenne contro gli agenti, saccheggi. Dopo quella giornata la galassia cambia. Accanto a Italia in Piazza compare il Movimento 17 ottobre, che annuncia «mobilitazione permanente ogni sabato, fino alla caduta di questo governo ladro». Primo appuntamento il 24 ottobre, alle 15, in otto città. Instagram supera i 5mila follower, Telegram quasi. Gli amministratori si firmano M1710: «Raggiunto un certo numero di membri lo dividiamo per città». È nelle chat che emerge la trasformazione. Gli amministratori diffondono «Safer in the street», guida su arresti, lacrimogeni e manganelli. Alcuni utenti condividono un vecchio manuale anarchico e discutono di come prepararsi agli scontri. «Ci vuole più organizzazione sia per lo scontro che per la difesa, molti ieri sono stati colpiti gravemente», scrive un partecipante. Un altro chiede «formazione» per affrontare la polizia. In una conversazione compare un sondaggio sui negozi da devastare: Sephora, Unieuro, Foot Locker, Rolex, Armani e Snipes. Qualcuno vota, altri prendono le distanze. Sui social compare il video di un senzatetto che riceve merce sottratta durante i saccheggi: «Esproprio proletario a Milano». La paura degli arresti produce nuove regole. Gli amministratori invitano a non usare nomi reali, a nascondere i numeri di telefono, a evitare foto riconoscibili. Qualcuno propone Signal al posto di Telegram. Gli appuntamenti si moltiplicano, le chat crescono. Chi ha acceso la miccia ha vinto, forse per fortuna forse perché conosceva il meccanismo. Resta da capire chi riuscirà a controllare l’incendio.