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 2026  ottobre 20 Martedì calendario

Kenya, il capo di una setta condannato per omicidio: ha costretto oltre 190 bambini a digiuni estremi

Per mesi, nella foresta di Shakahola, qualcuno ha scavato fosse e poi le ha fatte sparire, spianando la terra e piantandoci sopra arbusti. Era Enos Amanya, il guardiano del campo, che a gennaio ha confessato e accettato di testimoniare. Lunedì, dopo un processo cominciato nel 2024, il tribunale di Mombasa ha giudicato colpevole di omicidio Paul Nthenge Mackenzie, il pastore che aveva convinto i suoi fedeli a morire di fame per salvarsi l’anima.
L’accusa gli contestava di aver ucciso 191 persone, tutti bambini tranne uno, la maggior parte sotto i dieci anni. Ma nella foresta, una zona remota nel sud-est del Kenya, nel 2023 le autorità avevano riesumato più di 400 corpi. Secondo i medici legali, molte di quelle persone erano morte di fame e su alcuni corpi c’erano segni di strangolamento.
La domanda che da tre anni si pone il Kenya è perché nessuno abbia fermato prima quest’uomo. Mackenzie era noto alla polizia. Nel 2017 era finito sotto processo per aver diffuso idee estremiste ed era stato assolto. Due anni dopo era stato arrestato di nuovo. Poco dopo aveva chiuso la sua chiesa, si era trasferito a Shakahola e aveva cominciato a vendere appezzamenti ai seguaci, convinti di comprare un posto nella nuova Terra Santa. Gli ex adepti avevano lanciato l’allarme, senza essere ascoltati. La Commissione nazionale per i diritti umani, un organismo dello Stato, ha giudicato «deplorevole» la condotta delle istituzioni: con più attenzione, molte vite si sarebbero salvate.
Nella foresta Mackenzie annunciava la fine del mondo e indicava il digiuno come l’unica strada verso Cristo. Per la giudice Diana Kavedza-Mochache, è stato lui a trasformare una pratica di fede in una condanna a morte. Chi non si piegava veniva costretto dai suoi uomini, i bambini che resistevano alla fame venivano uccisi. Un ex membro della setta ha spiegato al New York Times la logica del pastore: i piccoli dovevano morire per primi, sotto il sole, per precedere i genitori in paradiso. Nella sentenza c’è anche la storia di una madre che aveva partorito il suo settimo figlio nella foresta: le hanno impedito di allattarlo, e il piccolo è morto dopo 12 giorni.
Insieme al pastore sono stati riconosciuti colpevoli 28 dei suoi collaboratori. Alcuni sono genitori, e la Corte li ha ritenuti responsabili della morte dei propri figli. La giudice ha descritto quanto accaduto come un «crimine contro l’umanità».