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 2026  ottobre 20 Martedì calendario

Don Luigi Ciotti parla di mafie e gioco d’azzardo

«Ancora? Per “aiutare le famiglie fragili” la finanziaria 2027 insiste a rastrellare altri soldi con l’azzardo? È una incoerenza assoluta. Che vergogna...».
Ventisei anni dopo aver denunciato «la piaga dei videopoker» e chiesto alla politica di arginare i biscazzieri di Stato allora assai meno invasivi di oggi, don Luigi Ciotti è scosso. E mentre prepara il suo intervento al Festival Internazionale dell’Economia a Torino, dove dirà cosa pensa intorno al lavoro, al denaro, al profitto, al caporalato, al declino della Fiat che ha tradito la «sua» città d’adozione («Più che rabbia, c’è un profondo smarrimento: qui la gente veniva a “catàr fortuna”, oggi è la capitale della cassa integrazione e del lavoro impoverito, dove gli impieghi persi nell’industria sono soppiantati da altre forme di occupazione, senza però quelle tutele per cui gli operai avevano lottato»), sospira che «sì, questo abuso dell’azzardo è un esempio di economia cattiva. Sulla pelle della gente. Perché noi li vediamo, tutti i giorni, i danni immensi della ludopatia. Questi qui fanno i convegni sulle dipendenze e poi...».
...aboliscono l’Osservatorio sull’azzardo ed evitano accuratamente di parlarne.
«Lo so. Il tema è scomodo. Ricordo la Meloni d’una volta: durissima, quand’era all’opposizione. E così Salvini: “Rottamiamo le slot machine che rovinano milioni di persone!”. Ma una volta al potere...».
Diranno: perfino Quintino Sella, pur considerandola nel 1863 «un’entrata indegna di un popolo civile» fu costretto ad aprire al gioco del lotto.
«E noi, se ci fossimo stati, avremmo contestato anche Sella. Fu e resta un errore, “drogare” i bilanci così. E pagano le persone più deboli. Che oggi sono milioni».
C’era un’estrazione a settimana, raddoppiata da Prodi, triplicata da Berlusconi, quadruplicata da Meloni.
«Chi è senza peccato... Lo so. È così. Mi ferisce sapere che anche loro sanno dei disastri che fa la ludopatia. Per questo evitano l’argomento. E non lo studiano più dal 2018. Come denuncia Libera, l’azzardo di Stato è esploso. E inghiotte 165 miliardi l’anno (di cui solo 11 finiti all’erario, meno di quelli finiti ai concessionari) contro i 142 messi sulla Sanità. Che è tra le prime del mondo, con splendide eccellenze. Ma...».
Ma?
«Ci sono otto regioni (otto!) che non sono in grado di dare garanzie minime... E sei milioni di italiani costretti a rinunciare a curarsi. Liste d’attesa scandalose. Mancano migliaia di medici nel servizio pubblico, mancano 43 mila infermieri che vanno a prender paghe più dignitose altrove... È tutto sempre più privato, privato, privato! Il diritto alla salute è tradito. Anche questa è cattiva economia. Peggio...».
Peggio cosa?
«Succede un po’ come col contrasto alle mafie. Cantano le lodi di Falcone e Borsellino, poi vanno a smontare i paletti contro le mafie che loro avevano voluto. Che proprio per quei paletti furono assassinati. Avete idea di cosa succede a Palermo?».
Cioè?
«Sono stato di recente lì vicino, sul mare. Ho incontrato persone coraggiose, vivono nel terrore. Han denunciato il ritorno del pizzo. Un ritorno capillare, accertato dalle forze dell’ordine. Se parlassero tutti, la situazione si capovolgerebbe, ma molti preferiscono pagare. Non si fidano dello Stato. Sono passati 35 anni dall’uccisione di Libero Grassi e da quei funerali in cui il figlio faceva con le dita, il cuore rotto, il segno di vittoria: “ce la faremo”. Ora c’è un arretramento. Brutti segnali...».
Anche al Nord?
«Ma certo che ci sono le mafie anche qui. Da anni. Nel 1982, quando a Palermo venivano uccisi Carlo Alberto dalla Chiesa e Pio La Torre, ad Aosta fecero esplodere la 500 del pretore Giovanni Selis. Che se la cavò per un pelo. E l’anno dopo, qui a Torino, uccisero il procuratore Bruno Caccia. Pensi a episodi come quello del Bar Italia di via Veglia che, come scoprì l’Operazione Minotauro, ospitava riunioni ’ndranghetiste a cento metri dal reparto della Mobile. C’è sì la mafia, c’è...».
E investe?
«La geografia delle operazioni finanziarie sospette monitorate dalla Banca d’Italia dice che la mafia investe dove il denaro circola di più: in regioni come il Trentino, il Lazio o la Sardegna il riciclaggio cresce in percentuale più che al Sud. Ci sono oggi cinquemila aziende in stato di confisca, ma in gran parte sono gusci vuoti. La mafia non crea ricchezza: la prosciuga. Non crea lavoro: lo sfrutta. Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile senza la compiacenza di quella che chiamiamo l’area grigia: professionisti, imprenditori, amministratori...».
Per paura?
«Anche. Ma spesso è molto peggio: si rendono disponibili per desiderio di arricchirsi a propria volta».
La tesi di Mario Crisci, «’o Dottore» casalese che aveva una società di recupero crediti a Padova e al processo disse che «tanti veneti tengono ’na morale elastica»?
«Ecco... C’è una zona grigia che non si fa scrupoli. Che vuol fare i soldi. E non si pone troppi problemi etici. L’ex vicedirettore della Dia, Nicola Altiero, l’ha spiegato bene: “Un euro investito dalle mafie nel narcotraffico produce profitti per 6-7 euro, uno investito nell’azzardo 8-9 con molti meno rischi”. È un caso se, nella classifica dei 100 comuni con più alta intensità di gioco online, troviamo vari Consigli comunali sciolti negli anni per infiltrazioni mafiose? Per non dire degli appalti».
A cosa pensa?
«C’è un impasto di interessi, subappalti, finanziamenti oscuri... Nel 2025 in Italia ci sono state 96 inchieste per corruzione e concussione, con 1.028 persone indagate: quasi il doppio rispetto all’anno prima. Vogliamo parlare delle Olimpiadi invernali? Con Open Olympics, Libera ha cercato di monitorare tutto dall’inizio. Siamo passati da un budget iniziale di 1,36 miliardi di euro a una spesa oltre i 6. Come mai? Non possiamo dire se c’è stata corruzione, certo non c’è stata trasparenza sulla catena dei subappalti. Uno dei problemi più diffusi. Eppure...».
Eppure?
«In realtà complesse come questa, sono stati tolti degli elementi fondamentali di contrasto alle illegalità. L’abuso d’ufficio, le intercettazioni, le regole del codice degli appalti. Hanno aperto delle voragini...».
Ce l’ha con la riforma della Corte dei conti?
«Non solo. Hanno cercato fino all’ultimo di bloccare anche il lavoro dell’Anac, l’Autorità anticorruzione. C’è un conflitto insanabile: da una parte venivano fatti dei proclami, dall’altra si demolivano meccanismi essenziali per arginare il malaffare. Voglio vedere come andrà a finire con il ponte di Messina».
Mai visto così angosciato...
«Lo sono. Papa Francesco ce l’ha gridato: questa economia uccide! Uccide perché scarta, trasforma le persone in ingranaggi, in merce da consumare e poi gettare via, calpestando la loro dignità. Quando vediamo la povertà, quando incontriamo persone che non arrivano a fine mese o sono senza casa, non si tratta di un “guasto tecnico” dell’economia o di una statistica. No! Sono ferite aperte nella carne viva delle persone. Si scrive “dignità” e “uguaglianza” nelle costituzioni e nei trattati, nei fatti si tollera che milioni di persone restino chiuse fuori. Una contraddizione insopportabile».
Vie d’uscita?
«Vorrei dire: tornare al Vangelo. E a chi viene prima dell’economia, l’uomo...».