Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 20 Martedì calendario

Marattin, l’ex renziano che vira a destra

«Sono sempre rimasto dov’ero», scandisce recitando il mantra di tutti i liberal-riformisti di antico e nuovo conio, convinti qualche volta in buona fede (altre volte meno) che nel mondo che si muove all’impazzata siano sempre gli altri a spostarsi e mai loro. E lo ripete anche adesso che, in una conversazione di qualche giorno fa col Foglio, ha adombrato l’ipotesi di potersi alleare nientemeno che col centrodestra, conferendo quindi a Giorgia Meloni (e anche a Matteo Salvini) la dote di quello zero-virgola («Ma siamo già oltre l’un percento») che i sondaggisti accreditano oggi al suo Partito liberaldemocratico e che potrebbe essere decisivo alle prossime elezioni.
C’è stata un’epoca, neanche lontanissima, in cui Luigi Marattin, classe 1979, era il più renziano dei renziani, forse più dello stesso Matteo Renzi. Gli ex amici e colleghi pensano di lui quello che il senatore di Italia viva Francesco Bonifazi ha scritto l’altro giorno sui social, e cioè che «Marattin va dove lo porta il seggio, lo ha sempre fatto, sempre lo farà». Lui ricambia con una scrollata di spalle («Bonifazi dice quello che dice il padrone», e cioè sempre Renzi); e – come quel personaggio di Compagni di scuola di Carlo Verdone che aveva evitato la rimpatriata perché i vecchi amici preferiva ricordarseli «con tutti i capelli» – sottolinea che «non porto rancore, quando è uscito il mio libro ne avevo portato una copia nella sede di Italia viva ma Renzi ha preferito non vedermi più, pazienza, conserverò di lui il ricordo dei bei tempi del 2012-2013, quando era un leader e non un santone che pretende di sentirsi dire sempre di sì».
Infanzia in giro per il Sud Italia per seguire il lavoro del papà veneto, ingegnere, Marattin è arrivato ragazzino a Ferrara, quartier generale della sua ascesa nel mondo accademico (è associato di Economia politica all’Università di Bologna) e politico. Al Pd è arrivato dai Ds, che dei due partiti fondatori era quello post-comunista; ma nel Delta del Po era il referente dell’ala liberal, morandiano (nel senso di Enrico) ortodosso e fervente discepolo dell’associazione riformista Libertà eguale, animata ai tempi da Emanuele Macaluso.
Non avrà cambiato idee, ma altri che – oltre a Bonifazi – gli rinfacceranno il passaggio da Macaluso a Salvini non faticherà a trovarne. «Abbiamo quattro punti irrinunciabili: taglio alla spesa pubblica per abbassare le tasse, più concorrenza e liberalizzazioni in tutti i settori a cominciare dai taxi e dall’energia, nucleare e riforma della scuola», ripete Marattin. «A sinistra non credo che ne vogliano discutere. E visto che per mettere in campo queste riforme serve un contenitore smart e innovativo, non possiamo andare con Calenda che insiste sul fatto che il leader è lui e si fa come dice lui. Rimane il centrodestra. Se son rose, fioriranno». Qualche settimana fa, sul Corriere, Aldo Grasso l’ha censito tra gli ospiti che arricchirebbero i parterre dei talk show perché capaci di restituire al pubblico a casa «la fatica del pensiero». Ai tempi di Iv le malelingue dicevano che non lo mandavano in tv perché risultava urticante. «Ma lo sa – sussurra lui – che qualche vocina mi ha fatto arrivare all’orecchio che qualcuno briga per non farmi invitare? Ora non so se è vero...». Spoiler: si riferisce a Renzi.