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 2026  ottobre 19 Lunedì calendario

Le cure anti obesità pesano troppo. L’ipotesi Ozempic per salvare i conti

C’è una cifra che dovrebbe far riflettere sui conti della sanità: prevenire l’obesità costa 6 miliardi di euro, cioè mille euro a paziente. Curarla quando è una malattia conclamata ne costa 13,6: più del doppio.
Una sproporzione tale impone una domanda: Ozempic e Mounjaro, le punture del momento, potrebbero mai entrare tra i rimborsi del Servizio sanitario nazionale anche per trattare l’obesità, oltre che il diabete? Nessuno parla di un liberi tutti. Non si tratta di pagare le iniezioni a chi vuole smaltire cinque chili o un paio di cuscinetti poco estetici. Si tratta di una strada alternativa per i grandi obesi, in un Paese dove le persone con un peso patologico sono circa 6 milioni. Sotto stretto controllo medico ma più accessibili, semaglutide e tirzepatide, i principi attivi dei farmaci dell’anno, potrebbero persino aiutare a salvare i conti, riducendo malattie croniche e ricoveri legati al peso.
La proposta
Secondo la Società italiana dell’obesità (Sio), rimborsare i medicinali anti peso costerebbe quanto già si spende oggi in diabetologia. Lasciare l’obesità senza cure, invece, presenta un conto molto più alto: i costi diretti, cioè le complicanze, e quelli indiretti, cioè la produttività persa. Per non parlare di accessi al pronto soccorso, di ricoveri e di disturbi cronici. I medici Sio propongono un cambio di prospettiva. Innanzitutto per rimborsare almeno il 25% dei pazienti a più alto rischio, circa mezzo milione di persone. Secondo una stima, l’investimento pubblico si ripagherebbe con oltre 1,6 miliardi di euro di spese sanitarie future evitate. A questo si aggiungerebbe un dato che arriva dagli Stati Uniti: tra i pazienti in cura l’occupabilità e le ore lavorate crescono del 27%: vuol dire meno ricoveri, meno giorni di malattia, più «ritmo».
Gli esclusi dalle cure
Oggi quel mezzo milione di italiani resta fuori dalle cure perché le famiglie non possono permettersele: le punturine anti-appetito costano circa 400 euro al mese e la terapia può durare svariati mesi. «Abbiamo stimato che dare risposta al 25% (cioè agli economicamente svantaggiati) di coloro che hanno un BMI superiore a 40, oppure superiore a 35 con significative condizioni cliniche associate, riguarderebbe circa 500mila persone sottolinea Silvio Buscemi, presidente Sio. Garantire la copertura terapeutica ai pazienti a più alto rischio clinico richiederebbe un investimento pubblico contenuto, compreso tra 400 e 500 milioni di euro. Si tratta di una cifra pienamente sostenibile che, per dare un’idea, corrisponde al 20% circa di quanto è stato stanziato per il recente provvedimento sul bollo auto. Investire nell’accesso ai farmaci anti-obesità significa ridurre le future spese sanitarie e restituire salute e produttività a centinaia di migliaia di cittadini, spesso ancora in età lavorativa». Il tema dell’impatto positivo della cura sulla capacità lavorativa e sul bilancio pubblico è il cuore di un dossier presentato alla Cnel e a Renato Brunetta, seguendo il modello Francia: la rimborsabilità delle terapie sarebbe, come primo passo, riservata ai pazienti a più alto rischio clinico, ovvero quelli con Indice di Massa Corporea superiore a 40, oppure superiore a 35 in presenza di comorbidità».
Oggi l’Italia investe circa 150 milioni di euro l’anno nella chirurgia bariatrica, con 26.702 interventi eseguiti nel 2024. Affiancare una strategia farmacologica mirata consentirebbe di intervenire prima che la malattia evolva, riducendo il ricorso agli interventi più complessi e ampliando la platea dei pazienti trattati con un investimento sostenibile. «La nostra è una proposta sostenibile e guidata dal senso di responsabilità verso il Paese conclude Buscemi Rivolgiamo un accorato appello al Governo affinché colga questa opportunità. Riconoscere la rimborsabilità delle nuove molecole secondo precisi criteri di priorità clinica significa dare una risposta concreta a circa mezzo milione di cittadini, ridurre le future spese sanitarie e restituire salute e produttività all’Italia».
Questione di Dna
Per prevenire l’obesità, cambiano gli approcci. Due bambini possono avere la stessa età, lo stesso peso e le stesse abitudini, eppure la loro obesità può seguire strade del tutto differenti. La risposta potrebbe essere nascosta in una trama genetica più complessa di quanto abbiamo sempre creduto: è quanto emerge da uno studio dell’università della Campania Luigi Vanvitelli che cambia l’approccio verso i bambini e valuta l’interazione di più varianti genetiche.
Il gemello digitale
L’ultima frontiera anti obesità? Creare un «gemello digitale», cioè una copia virtuale del paziente costruita attraverso i suoi dati clinici e biologici, su cui studiare strategie di prevenzione, prevedere la possibile risposta alle terapie e individuare il rischio di progressione verso le complicanze più gravi. Al momento il centro di Palermo e il centro per l’intelligenza artificiale di Humanitas sono impegnati nella raccolta dati.